Vincent e Maria vivono a Roma. La loro sembra essere, all’apparenza, una coppia felice. Sguardi dolci, passione sessuale, romantici appuntamenti. Ma il loro rapporto, nel privato delle loro esistenze, è un triste connubio di solitudini, nel quale Maria è strumento di guadagno al servizio di Vincent. Una madre provvisoria, costretta ad affittare il proprio utero, per la felicità di altri e la soddisfazione economica del compagno. Ma il bisogno di essere davvero madre cambierà i già precari equilibri.
Una famiglia affronta un tema sociale di grande attualità. Una pratica permessa in alcuni paesi del mondo e proibita in Italia, l’affitto dell’utero stimola una grande quantità di interrogativi. Fin dove si può spingere il diritto di avere un figlio? A spese di chi? Per soldi, amore o disperazione? In che rapporto sta il diritto di un bambino con il diritto di una mamma e quello di un genitore adottivo? Sono domande complesse, ricche di risvolti morali, che in questo film trovano un’unica e convinta risposta nella triste storia di Vincent e Maria.
È nel loro incrocio di malessere e insoddisfazione che si consuma un dramma privato che Sebastiano Riso racconta con partecipazione melodrammatica. Tra le pieghe di un amore malato si coglie l’opportunismo dell’uomo che saccheggia la dignità della sua donna offrendole, attraverso misere dosi di affetto, caramelle lenitive alla sua schiavitù. Maria dipende dal suo padrone, donandogli il corpo, la mente e la vita stessa, offrendo se stessa quasi solo per esistere.
Le piccole ribellioni di lei non bastano a distaccarsi dalla spessa catena di dipendenza che produce denaro sporco, reddito di coppia a uso personale. L’illusione di un sentimento, che vive di momenti, si spegne nella cruda realtà di un uomo senza pietà, che controlla la “produzione” di maternità a uso e consumo di altri, reiterando il dramma del distacco dalla carne della propria carne. Maria è umiliata, come mamma, come donna e come compagna. Lo è lei, come molte donne d’Italia, testimoni e protagoniste di violenza e di molte pagine di cronaca rosa, tinta di nero.
Sebastiano Riso, regista del più riuscito Più buio a mezzanotte, dà voce al dramma di molte donne, concentrandosi sul racconto privato e sulle fini dinamiche di coppia, svolgendo un lavoro importante di denuncia, implicita nella storia che racconta. Ma il racconto si contorce su di sé, ripetendo ordinariamente il dramma del quotidiano.
Micaela Ramazzotti fa se stessa, a ripetizione, rischiando di rifare ciò che abbiamo visto ormai troppe volte. Non le si può dire nulla della sua estrema e virtuosa capacità espressiva. Ma il pianto lacrimevole di due ore, in questo film che non evolve, finisce per risultare prevedibile, trasformando l’emozione e la partecipazione in uno spento spettacolo di dolore.
Concentrato sullo scandalo della schiavitù di coppia, Riso esplora frettolosamente l’universo delle famiglie adottive, raccontando storie che, seppur ispirate alla realtà, risuonano poco credibili. Non contento di rappresentare un tema già denso di significati, si allarga oltremodo sprecando la storia di una coppia gay, che fatica a uscire dalla finzione e che rischia di suonare sgradevole e prematura agli occhi del pubblico.
Lo ha purtroppo dimostrato il pestaggio che il regista ha subito, nell’androne di casa sua, spinto da rivendicazioni omofobe. Un’azione a dir poco vergognosa. Un’espressione di violenza fisica, intellettuale e verbale inaccettabile che umilia la libertà di espressione di un cinema coraggioso. Che umilia quella parte del nostro Paese che guarda avanti, pur nella difficoltà delle sfide etiche che ci troviamo ad affrontare. Che umilia la nobiltà del dibattito e della riflessione, che può condurre a risposte ragionevolmente e legittimamente differenti.
Filtrando dai dubbi di un film non completamente riuscito e dal triste episodio di cronaca, Una famiglia ha comunque il merito di raccontare una storia che è la storia di molte esistenze dimenticate e silenziose, che hanno invece molto da dire.