Scene inedite in Spagna da 15 anni. La crisi innescata dalla risoluzione secessionista a favore della “Repubblica indipendente di Catalogna” ci ha lasciato immagini di un’unità che sembrava fino ad allora materiale d’archivio. Rajoy, l’uomo che non ama prendere l’iniziativa politica e preferisce la “gestione delle cose tranquille”, si è mosso per un accordo in favore dell’integrità del Paese. Il primo ministro ha convocato i leader dei principali partiti e ha ottenuto molto. Per esempio, il sostegno dei socialisti e di Ciudadanos, la nuova formazione emergente che alcuni sondaggi danno al secondo posto nelle intenzioni di voto. Ha anche raccolto il rifiuto dei nuovi radicali di Podemos: una risposta che rappresenta questa nuova sinistra più determinata a ottenere consenso elettorale che ad aiutare quando la crisi si fa seria.
Un accordo del genere non si vedeva dal 2000, quando destra e sinistra firmarono il Patto antiterrorista contro l’Eta. Né la crisi degli ultimi anni, né l’emergenza educativa o l’allarme disoccupazione sono riusciti a far ritrovare un consenso comune. La polarizzazione resta sfortunatamente ben presente nel Paese. L’altro viene visto come un male e l’avversario politico come un nemico da distruggere. La Spagna dei fronti politici diventa una Spagna di trincee sociali.
La dichiarazione di indipendenza non porterà lontano: verrà impugnata davanti alla Corte Costituzionale e verrà sospesa. L’obiettivo principale è politico e sociale. Il Governo e i due partiti che hanno deciso di sostenerlo in questa iniziativa devono vincere la battaglia giuridica e, nel tempo, far avanzare il rifiuto verso la secessione nella società catalana. Questo è possibile solo con una buona politica, con pedagogia e con unità: tre fattori finora assenti. Quindi bisognerà trovare una “via d’uscita giuridica” al desiderio di una Spagna differente.
La riforma costituzionale richiesta dai socialisti sembra opportuna. Come l’ipotesi di una legge simile a quella canadese che permetta di tenere un referendum. In ogni caso, prima di dibattere sulle soluzioni più pertinenti, sembra opportuno fermarsi a guardare questo lampo di unità che per alcuni istanti ha sorpreso gli spagnoli. Ci ha abbagliati: non siamo abituati a questi momenti di luce. E quasi inconsciamente abbiamo detto: questo è quello che vogliamo! Un secondo della vita pubblica in cui, per un istante, si è riconosciuto qualcosa di superiore alle differenze ideologiche, qualcosa di condiviso, che ci ha fatto capire a cosa aspiriamo.
Non serve la politica, che sembra averci dato quell’istante, per produrlo. La Transizione è stata possibile perché la gente nelle strade si riconosceva in un progetto comune. Lo stesso è successo con il terrorismo basco. Anche allora i cittadini erano avanti. Ora è successa la stessa cosa: Rajoy ha saputo interpretare quel che era urgente per la gente.
La vita pubblica spagnola è piena di furia e rumore, soprattutto perché il partitismo la invade in ogni dove. Il partitismo impone la sua agenda, si trova bene con la frivolezza (la banalità televisiva che arriva in ogni angolo), con la ripetizione di idee vuote che rendono più profonde le trincee e impossibile un dialogo da esperienza a esperienza. È un terreno dove tutto si dà per scontato, un campo invaso da argomentatori senza argomenti. La posizione che viene usata, apparentemente piena di ragioni, è solamente una maschera dietro cui si nasconde un’enorme pigrizia. Usiamo parole come slogan e quando arriva una domanda sul loro contenuto è difficile trovare una risposta che ce l’abbia: federalismo, libertà di educazione, laicità, uguaglianza, welfare e molte altre parole sono, spesso, semplice aria.
La mancanza di una riflessione seria e serena su quello che ci permetterebbe di vivere meglio si trasforma in una censura quasi assoluta se si tratta di riconoscere e comprendere perché siamo insieme. La cosa curiosa è che questa banalità e censura scompaiono quando, com’è successo negli ultimi giorni, compare un lampo di unità. Che cosa ci accadrebbe se un momento del genere venisse coltivato?