La via dell’export per la politica industriale

Migliaia di imprese italiane competono sui mercati globali. Non devono voltarsi e accorgersi che il Sistema-Paese non le segue

I preconsuntivi per l’anno che si va chiudendo e le previsioni 2024 nel settore delle macchine utensili – uno dei pistoni dell’Azienda Italia a spinta tecnologica – segnalano con evidenza che i contraccolpi prolungati della crisi geopolitica sono stati assorbiti con buona resilienza, principalmente sul mercato esterno: con la produzione trainata dall’export a livelli record, con prospettive di tenuta nei prossimi dodici mesi.

La notizia (buona) merita di essere registrata fra quelle provenienti in questo periodo dal made in Italy manifatturiero – soprattutto in chiave di bussola e chiamata all’impegno per tutti coloro che guidano la politica industriale. L’Ucimu – la centrale associativa delle aziende attive nelle macchine utensili e sistemi per produrre – ha dal canto suo corredato le statistiche con un annuncio significativo: due nuove partnership strategiche sono in corso di lancio, una prima con il sistema imprenditoriale “interfaccia” in Germania; una seconda con il Politecnico di Milano sul terreno della ricerca e sviluppo.

L’indicazione delle cifre è chiara e per questo importante. La competitività globale della meccatronica italiana resiste alle diverse bufere portate dai sommovimenti geopolitici che hanno seguito quasi senza soluzione di continuità il biennio di pandemia. Inflazione e nuovi reticoli di muri e strettoie al commercio internazionale non hanno frenato la vitalità esterna di un comparto simbolico dell’industria italiana (che anzi è stato capace di uno spunto tale da sostenere l’intera performance annuale – in ultima istanza il contributo al Pil). La sollecitazione è elementare: verso una politica economica che – certamente stretta fra vincoli finanziari Ue ed emergenze energetiche interne nell’ambito famiglie – non sembra aver ancora espresso un’attenzione reale al mondo delle imprese.

Europa e innovazione: sono questi gli input segnalati dagli industriali Ucimu al Governo (su un tavolo dove non è ancora sbiadito il ricordo di “Industria 4.0” che ha dato risultati importanti su molti versanti, dallo svecchiamento del parco-macchine nazionale alla formazione mirata). Non scontato e del tutto rilevante – anche su un piano ampiamente politico – è la scelta di rafforzare e rendere privilegiato il dialogo integrato con gli imprenditori tedeschi. L’Ue è un percorso obbligato perché già sperimentato: è fuori strada chi apre o allarga fratture, chi non crede più nell’Europa. Al contrario, la competitività manifatturiera (oggetto di un rapporto in fase di ultimazione da parte di Mario Draghi) è europea o non è. Soprattutto quando gli Usa stanno re-investendo ingenti risorse pubbliche per costruire una nuova indipendenza energetica e tecnologica.

In un mondo pur in rapida e tumultuosa trasformazione, le opportunità di crescita non mancano. Fra i mercati di sbocco delle macchine utensili italiane, nel 2023 gli Usa hanno sopravanzato la Cina; e in Europa, le vendite in Francia e Polonia sono cresciute più di quanto sia avvenuto in Germania. Il denominatore comune di quest’avanzata a raggiera si chiama competitività di processo e prodotto: quindi, in concreto, volontà e capacità di moltiplicare l’impegno, facendo compiere un esemplare salto di qualità a una storica vicinanza con il maggior politecnico italiano.

La via dell’export è aperta, resta aperta e ben segnata in avanti. Migliaia di imprese italiane (non solo quelle produttrici di macchine utensili) riescono ancora a percorrerla senza rallentamenti, anche contro più di un vento contrario. Non devono voltarsi e accorgersi che il Sistema-Paese non le segue.

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