Mario Draghi ieri ha potuto presentare anche al Parlamento europeo appena insediato il suo Rapporto sulla competitività dell’Ue, richiestogli da Ursula von der Leyen, riconfermata alla guida della Commissione. L’ex Premier italiano aveva anticipato la sua nuova uscita pubblica con un intervento sul Financial Times. E dalle stesse colonne dalle quali cinque anni fa – durante la prima ondata della pandemia – Draghi aveva delineato il futuro Recovery Plan, è giunto un nuovo appello forte: che ieri è risuonato a Strasburgo dalla viva voce dell’ex Presidente della Bce.
Dunque: l’Europa deve muoversi come uno Stato solo, anzitutto sul terreno economico finanziario. Deve ristrutturare a fondo la propria Azienda per affrontare le sfide di una scena geoeconomica sconvolta e per molti versi inesplorata. Deve mobilitare risorse finanziarie pubbliche e private come un’entità unica (anche con debito Ue) e deve investirle su progetti da big player globale: si tratti di un nuovo sistema di difesa comune, di una strategia di indipendenza energetica che dia spazio al nucleare pulito a fianco della transizione verde, delle sfide digitali che hanno oggi il nome di IA.
La nascita di “campioni europei” nei diversi settori e la generale sollecitazione ad aumentare le dimensioni delle aziende grandi o meno grandi è uno dai capisaldi del Rapporto Draghi: che non a caso era stato subito fatto proprio da Teresa Ribera, nuova Vicepresidente della Commissione per la “Transizione competitiva”, imperniata sulla delega all’Antitrust. Lungi dall’atteggiarsi a classico “carabiniere” dei mercati, Ribera ha detto che avrebbe favorito in ogni modo le operazioni di aggregazione fra gruppi all’interno dell’Ue, al fine di promuoverne la competitività globale.
Osservata l’Azienda-Europa da questa angolatura, l’Italia non appare lenta o in ritardo. Le diverse operazioni di mercato lanciate nelle ultime settimane nel settore bancario nazionale hanno anzi mostrato un dinamismo che sembra ancora mancare in altri Paesi-chiave dell’Unione: anzitutto la Germania che non ha avviato un riassetto del suo sistema finanziario neppure dopo la crisi del 2008 e ha anzi fermato l’iniziativa di UniCredit su Commerzbank con un vecchio approccio nazional-statalista, peraltro cancellato in Europa già dai Trattati di Maastricht.
Nel frattempo l’operazione annunciata domenica sera fra Cassa depositi e prestiti e Poste – che si sono scambiate partecipazioni rilevanti in Nexi e Tim, rafforzandosi entrambe – ha visto politica industriale e mercati finanziari cooperare per irrobustire grandi gruppi in business strategici (a cominciare dai pagamenti digitali). Sabato, intanto, il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, aveva confermato che la vigilanza bancaria e assicurativa non intende recitare ruoli dirigistici impropri nel risiko che sta vedendo impegnato quasi tutti i maggiori poli dell’industria finanziaria nazionale.
Altri settori ovviamente attendono rilanci importanti: sotto la spinta dell’iniziativa imprenditoriale o con il traino di nuove politiche Ue. Quelle suggerite dal Rapporto Draghi. E con l’Azienda-Italia già in cammino.
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