Due settimane sono state sufficienti per avere test concreti e significativi della diplomazia “transazionale” di Donald Trump: con la sua durezza “contrattuale” (“ricattatoria” secondo i detrattori), con la ruvidità di un gioco in cui i dazi, l’energia, gli ombrelli militari o le tecnologia di frontiera vengono usati come armi (anche se talora al fine di prevenire o cessare l’uso delle armi).
Già nel caso-pilota – quello delle tariffe imposte al Messico e subito congelate per un mese – lo stile Trump ha mostrato d’altra parte la flessibilità tipica nei negoziati d’affari, terreno privilegiato per il Presidente-tycoon.
I dazi decisi sono stati sospesi ventiquattr’ore dopo di fronte all’impegno di Città del Messico di inviare alla frontiera settentrionale 10mila soldati per frenare le ondate d’immigrazione verso gli Usa. Cioè una delle sfide assunte da Trump di fronte agli americani che lo hanno eletto. In ogni caso uno stimolo brusco – attivato da Washington ai suoi confini – ad affrontare la questione dei flussi migratori globali, finora lasciata a se stessa ovunque.
Non appare diversa la natura del confronto a nord con il Canada e con la Danimarca per la Groenlandia. Per Trump gli immensi territori che separano gli Usa dall’Artico sono una gigantesca frontiera incustodita e indifesa verso la Russia.
Dargli torto non è facile, al netto delle immediate accuse di neo-imperialismo. A Copenaghen è stata offerta – inizialmente – la più elementare delle transazioni: l’acquisto di uno scatolone di ghiaccio che peraltro il piccolo regno europeo ha ignorato per due secoli.
A Ottawa la fase iniziale della “trattativa” è stata più politicamente impegnativa: con la prospettiva estrema di annessione del Canada agli States. Ma l’esito è stato lo stesso: rinvio delle tariffe in cambio del rafforzamento dei controlli sull’immenso confine canadese (tre fusi orari) permeabili fra l’altro all’importazione illegale di Fentanyl (sia a partire dalla criminalità organizzata internazionale, sia dalla Cina).
Non è stato differente l’approccio sul Canale di Panama, dove gli Usa hanno fatto leva sul fatto che un’infrastruttura globale iper-strategica è stata costruita dagli Stati Uniti. Il piccolo Stato panamense – che controlla il Canale solo da mezzo secolo – disdetterà l’adesione alla Via della Seta cinese in cambio di nuovi investimenti Usa.
Una stessa visione sembra ispirare anche il Trump “pacifista” sui teatri di guerra. È un Presidente sicuramente mosso meno da motivazioni etiche che dalla convinzione che le guerre siano il peggiore degli affari (lo sono in parte per gli apparati militari e di sicurezza, che il Presidente Usa infatti non ama).
La diplomazia “transazionale” della Casa Bianca sta comunque mettendo in difficoltà anche il Premier israeliano Bibi Netanyahu, che per quindici mesi ha ottenuto imponenti aiuti militari “in bianco” dall’Amministrazione Biden.
Gerusalemme vorrebbe continuare la guerra contro Hamas “fino alla vittoria definitiva”, ma è stata obbligata al cessate il fuoco e invitata a scongelare in fretta un grande accordo con l’Arabia Saudita in funzione anti-Iran.
Certo, è difficile che il presidente Usa spinga a fondo la creazione di uno Stato palestinese; l’immobiliarista miliardario, piuttosto insisterà per una vera ricostruzione di Gaza, come luogo finalmente vivibile per due milioni di palestinesi.
Sempre “prendere o lasciare”, ma è difficile negare che Trump guardi a una premessa/scommessa valida per una stabilità senza guerre in Medio Oriente. Idem per l’Ucraina: alt alla guerra (e forse gradualmente anche alle sanzioni, che mordono l’Europa non meno della Russia), via alla ricostruzione.
Un appello – si vedrà quanto efficace – rivolto alla fine a entrambi i contendenti: a Volodymyr Zelensky e a Vladimir Putin.
Quest’ultimo recupererebbe libertà di manovra rispetto alla Cina, che resta per gli Usa il competitor globale di ultima istanza. Quello verso il quale anche Trump si sta mostrando flessibile fin dai blocchi di partenza (dossier TikTok e DeepSeek),
Nessuno intanto sembra più disposto a credere che un’isola di nome Taiwan a 80 miglia dalla costa cinese e 7mila da quella californiana sia una linea rossa infrangibile a 75 anni dalla nascita della Repubblica Popolare di Cina.
Un colpo di spugna ai limiti della brutalità per tanti mantra ideologici o culturali validi ancora poche settimane fa, ma poco attaccabile nel suo realismo. Certamente centrato su “America First”: ma a quali interessi dovrebbe badare un Presidente americano fresco vincitore di un voto democratico aperto a 161 milioni di elettori americani registrati?
In questo scenario nuovo – certamente scomodo per tutti e per non pochi inaccettabile, non senza qualche ragione – l’Ue attende le prime “comunicazioni diplomatiche” da Washington. Una selva generalizzata di tariffe pare inevitabile, anche se resta da verificarne, entità, raggio e “rinviabilità”; al di là del rischio che possa colpire selettivamente all’interno dei Ventisette.
Poco chiara resta d’altronde la risposta in preparazione da un’Europa in panne: a tre settimane dal voto anticipato in Germania e mentre la Francia resta virtualmente senza Governo.
Il Consiglio Ue ha tenuto per ora un profilo basso e interlocutorio (“Se sarà necessario ci difenderemo uniti, ma la ricerca di soluzioni dovrebbe avere per obiettivo la cooperazione con gli Usa”). Quello che vuole Trump dall’Ue “qui e ora” è d’altronde noto: un aumento della propria spesa militare all’interno del bilancio Nato e la cessazione delle ostilità dell’Antitrust di Bruxelles verso Big Tech.
La casistica accumulata in meno di un mese non sembra lasciare molto spazio a un negoziato vero e proprio. L’Ue, nondimeno, ha il diritto-dovere di confrontarsi pro-attivamente con gli Usa: che sono, ad esempio, il “primo motore” globale dello sviluppo turbolento dell’Intelligenza artificiale.
Gli States restano d’altronde un alleato irrinunciabile per l’Europa, di nuovo teatro di guerra dopo 80 anni, guerra provocata dalla Russia. Su un altro versante strategico – la transizione verde – la nuova presidenza Trump è foriera di una frenata che non sembra andare in senso contrario a correnti sempre più vaste in Europa a favore di una revisione di politiche green finora all’insegna dominante dell’ideologia.
A proposito di ideologia: commetterebbe un errore un’Ue che rispondesse all’America di Trump in chiave di “resistenza ideologica”. Magari appoggiando la pretesa di un “terzismo geopolitico” a giochi di sponda con la Cina. E soprattutto se a dettare mosse di retroguardia – di puro interesse di parte o personale – fossero leadership in crisi profonda come quelle odierne a Parigi e Berlino.
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