“La fede si riduce a questo problema angoscioso: un uomo colto, un europeo dei nostri giorni, può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?”. Quando don Giussani, nel terzo capitolo della sua opera All’origine della pretesa cristiana, citava Dostoevskij, non lo faceva come mero prurito accademico. Il problema dei giovani nell’Italia degli anni 50, come il problema della mia generazione, quelli nati negli anni 60 nella cattolica Spagna, c’entrava – in modo drammatico – con quella domanda del genio russo.
La cultura positivista e razionalista che permeava la cultura occidentale aveva lasciato senza contenuto reale la parola “Dio” e tutto quanto non si poteva toccare o verificare sperimentalmente. Metà delle parole del catechismo rimanevano astratte, anche se ancora si usavano, talvolta a vanvera, nella società o negli oratori. Alla fine degli anni 60, e durante gli anni 70, quei giovani che affollavano chiese e oratori abbandonarono la fede come chi abbandona un vestito usato: senza nessun dramma… anche se non senza drammatiche conseguenze, come il tempo ha dimostrato.
Il mistero di Dio, che aveva mostrato la sua potenza con la risurrezione di Cristo quasi duemila anni prima, come avrebbe sfidato questa obiezione radicale alla fede che minacciava la presenza della Chiesa in Occidente?
Col senno del poi, oggi possiamo riconoscere in don Giussani, e nel carisma che lo Spirito Santo gli ha donato, la misericordia di Dio verso il Suo popolo. La storia personale di don Giussani, le vicende storiche che ha dovuto attraversare, sono parte di quella modalità con cui Dio interviene nella storia.
La prima cosa che colpisce, e che appartiene alla novità che don Giussani introduce nella Milano degli anni 50, è che lui non ha dovuto far finta di essere “moderno” per accostarsi all’uomo moderno, come pateticamente si vede ancora in tanti uomini di chiesa che nascondono il loro clericalismo sotto vesti “alla moda”. Don Giussani “è nato” moderno, non ha dovuto far finta di niente.
Lui stesso ha sperimentato sulla sua pelle, e ha dovuto attraversare, la grande tentazione e obiezione del mondo moderno. Il suo “incontro” con Giacomo Leopardi, quando aveva soltanto 13 anni, lo ha ferito profondamente, lasciando allo scoperto nella sua umanità le grandi esigenze del cuore che hanno spinto l’uomo moderno alla ricerca della felicità. Non solo: quelle esigenze, vecchie come l’uomo, sono nate in don Giussani, per l’incontro col recanatese, in un contesto problematico, nichilista. D’ora in poi, e per tre anni, anche per lui le sacrosante parole del catechismo, sentite, lette e studiate in seminario, rimanevano come sospese. Finche arrivò il “bel giorno”.
“Il Verbo si è fatto carne vuol dire che la bellezza si è fatta carne, vuol dire che il vero si è fatto carne, vuol dire che la giustizia si è fatta carne, vuol dire che la bontà si è fatta carne”. Il prologo del Vangelo di Giovanni, letto e spiegato dal suo professore Gaetano Corti, riconciliano nel giovane seminarista la sua umanità con l’avvenimento cristiano. La Bellezza, la Giustizia, la Verità, il Significato in tanti modi ricercati da Leopardi e, dunque, da Giussani, si sono fatti carne in Cristo e si offrono alla nostra esperienza come duemila anni fa all’esperienza dei discepoli.
Da quel momento la storia particolare di quel giovane seminarista è diventata storia di grazia per il mondo: “Dio (…) mi ha fatto passare il seminario così perché dovevo fare CL, altrimenti non l’avrei fatta” (L. Giussani, “Tu” (o dell’amicizia), p. 43).
Anch’io sono nato in un contesto formalmente cattolico e allo stesso tempo culturalmente nichilista. Potrei dire che quel contesto mi aveva inoculato un’avversità alla fede: anche se volevo e avevo bisogno dell’esistenza di Dio (altrimenti morte e sofferenza restavano senza significato), la mia ragione positivista rimandava quell’esistenza al campo delle “credenze” e dei sentimenti (che comunque, io non riuscivo ad avere).
Concretamente, tre erano le obiezioni che mi sono trovato addosso, quelle che la cultura dominante (da due secoli) opponeva allo stesso concetto di Dio e alla fede cristiana. L’incontro con don Giussani è stato l’avvenimento storico di grazia che mi ha permesso di credere, credere proprio, alla divinità del Figlio di Dio, Gesù Cristo e, come conseguenza, respirare e riabbracciare tutta la mia umanità con le sue esigenze.
La prima obiezione era il positivismo: per la mia educazione, la realtà non rimandava a niente, esisteva solo quello che si poteva vedere e toccare. Dunque, Dio era una parola senza senso, senza nessun referente reale. Don Giussani invece mi ha aperto gli occhi e la ragione per rendermi conto che il primo luogo religioso è la realtà: il fatto che le cose esistono dice dell’Essere che le sostiene e mi fa in questo istante.
La seconda obiezione è arrivata con la scuola. Io ero un vulcano in piena, assalito da tanti desideri durante la mia adolescenza. Tutti puntavano all’esigenza di una risposta. Purtroppo, Feuerbach (letto e assimilato a scuola) ha spezzato il legame tra i miei desideri e il loro compimento. Da lui ho colto che la religione non è che una proiezione dei miei desideri: questi desideri non puntano a nulla, non hanno senso.
Sono stati anni in cui affogavo, conseguenza di un mancato orizzonte per i miei desideri ed esigenze. Don Giussani invece mi ha fatto usare la ragione, prendendo sul serio quello che sorprendevo in azione nella mia umanità. Mi ha fatto capire che la mia umanità inquieta è già compagnia del Mistero divino che mi attira a Sé. Una sorta di anello sponsale. Anzi, quella inquietudine è stato il radar che mi ha fatto intercettare l’umanità nuova di Cristo, incontrando don Giussani.
La terza e ultima obiezione si rifà ai maestri dell’Illuminismo, Lessing e Kant. Secondo questi, un avvenimento storico (e il cristianesimo lo è) non può essere la chiave di volta di un problema universale di ragione (come il problema del senso della vita). Incontrando don Giussani mi ero imbattuto nel cristianesimo, ma a causa di quella obiezione mi sembrava impossibile che quello che avevo incontrato, un evento particolare, fosse la risposta a tutta l’attesa di tutta la storia dell’umanità. Don Giussani, però, mi ha fatto usare il criterio del cuore, delle esigenze originali, per riconoscere che quell’avvenimento era vero. Perché lo è per me oggi.
Sarò sempre grato a don Giussani, e allo Spirito di Cristo che lo ha suscitato, perché mi ha restituito tutto il significato della mia umanità: da nemica è diventata amica, compagna di cammino, anzi, presenza del Mistero nella mia inquietudine. Come un tempo Cristo ha tolto la pietra del sepolcro, oggi continua mostrandosi vincitore sulla morte e il male, togliendo anche quelle pietre, le obiezioni moderne alla fede, che sembravano seppellire definitivamente l’avvenimento cristiano nel passato. Don Giussani certamente appartiene alla modalità storica di quella vittoria.
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