Il calo demografico è un rischio che preoccupa i governanti da circa duemila anni. La prima “lex” per affrontare e contrastare il problema, infatti, fu emanata prima di Cristo da Ottaviano Augusto. Per taluni autori, addirittura, il calo di popolazione nell’Impero romano, stimato intorno al 25% tra il II ed il IV secolo d.C., ne provocò la caduta. Per avvalorare il principio che gli imperi implodono dall’interno e non vengono abbattuti dall’esterno. Anche l’immigrazione rigidamente gestita che all’inizio aveva sostenuto la società imperiale alla fine si rivelò il fattore disgregante della romanità, quando la cultura egemone non fu più in grado di assimilare la grande quantità di immigrati.
Oggi la questione è quanto mai attuale, visto che l’Europa sta vivendo una grave crisi demografica che avanza su due fronti. Abbiamo infatti sia un invecchiamento della popolazione dovuto ad un allungamento della vita, sia bassi tassi di fertilità a ridurre le nascite.
L’immigrazione che nei decenni scorsi aveva compensato il calo demografico specialmente nella forza lavoro, oggi è sempre più un problema piuttosto che una risorsa, per le difficoltà evidenti che il superamento di certe soglie di assorbimento fisiologico stanno procurando all’integrazione dei nuovi arrivati. Il problema è tale che in tutta Europa si stanno verificando forti spinte dal basso per imprimere un cambio nelle politiche migratorie dei governi.
Ma prima di proseguire guardiamo le statistiche proposte da Geo Universe, fissando il livello di sostituzione a 2,1 figli per donna necessario per mantenere la popolazione stabile. La maglia nera demografica spetta all’Ucraina con 1,0 figli per donna. Subito avanti Spagna (1,12) e Italia (1,18). Unico paese a ridosso della sufficienza è il Kosovo con 1,9, seconda la Francia con 1,6. Fa coppia con la diminuzione delle nascite, indirettamente, anche la diminuzione degli individui in età lavorativa che accomuna tutti i Paesi.
Peggio dell’Europa sta però la Cina, con una media di 1,10 nel 2024. Di questo passo la Cina, che ha perso negli ultimi anni circa un milione di abitanti l’anno e conta 1,408 miliardi di abitanti, nel 2100 potrebbe arrivare a 394 milioni di abitanti. Unica regione cinese a ridosso del tasso di sostituzione è il Tibet con 1,97. Maglia nera è il Nord Est, la Manciuria, con lo 0,7. Questa è la regione con la più bassa fertilità al mondo, meno della Corea con 0,79 e del Giappone con 1,26 figli per donna. Molto al di sotto degli USA, che con 1,7 figli per donna hanno uh tasso di sostituzione ancora basso, ma compensano il bilancio assimilando milioni di immigrati ogni anno.
Le condizioni scatenanti la crisi, comuni a tutti gli Stati, sono abbastanza note; sono individuate nel cambio della condizione femminile, nella disoccupazione, nel lavoro povero, nell’individualismo imperante e nella scarsa attenzione dello Stato. In più la Cina paga gli effetti della politica del figlio unico imposta dal Partito comunista in passato e che ora vede i nuclei familiari sempre più ristretti e poco propensi alla procreazione. Mentre l’Ucraina paga il pesantissimo prezzo della guerra.
Gli effetti del calo demografico e dell’invecchiamento sono di tre tipi. Il primo effetto è sui conti pubblici. Il bilancio dello Stato, infatti, man mano che i cittadini escono dall’età lavorativa viene zavorrato dalle pensioni, che sottraggono risorse agli altri capitoli di bilancio. La Cina vedrà 400 milioni di cittadini in età pensionabile nel 2030.
Il secondo problema innescato dalla denatalità e dall’invecchiamento è il calo della produttività e di conseguenza del Pil del Paese. Qui i risultati statistici non sono univoci ma è un dato empirico che un anziano sarà meno produttivo perché più preoccupato per la salute, meno propenso all’innovazione, meno portato al sacrificio, meno interessato alla carriera. Un individuo senza figli dovendo pensare solo a se stesso avrà più o meno le stesse caratteristiche.
Il terzo problema dovuto alla crisi demografica attiene alla geopolitica ed ai rapporti di forza internazionali. Non tanto per il numero di mobilitati in caso di guerra, che secondo qualcuno servono solo a riempire i cimiteri, quanto soprattutto per la ritrosia al rischio e al rifiuto della violenza oltre ai timori per il futuro ed all’abilità alle armi, che diminuisce con l’avanzare dell’età.
Per invertire la tendenza deve intervenire lo Stato prima di tutto, con una pedagogia nazionale che, pur rispettando le diverse etnie, si allontani dal multiculturalismo. Esso ha fallito i suoi obiettivi nell’integrazione degli immigrati, i quali, stimolati a mantenere anche in pubblico usi e costumi delle origini, rifiuteranno sempre le regole dello Stato ospite generando pericolose instabilità. Sempre lo Stato dovrà implementare politiche per favorire le famiglie ridistribuendo le risorse pubbliche verso le fasce più giovani della popolazione, in modo sistematico e non sporadico e casuale. Viceversa, all’orizzonte dei Paesi sviluppati ci può essere solo l’estinzione e la desertificazione umana.
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