In occasione del ventesimo anniversario della salita al cielo di don Luigi Giussani (22 febbraio 2005), pubblichiamo la testimonianza, dal Kazakistan, di Alëna Nikolayeva (ndr)
Mi chiamo Alëna, ho 44 anni e vivo in Kazakhstan, nella città di Karaganda. Nel 1997 mi sono diplomata, e quell’anno mi è rimasto impresso non solo come il tempo degli esami finali e dell’incertezza per il futuro, ma anche come il momento in cui nella mia vita è entrata un’amicizia che ha cambiato tutto.
A quei tempi Maykuduk era il quartiere più cupo della città: palazzi grigi di cinque piani, androni freddi, continue interruzioni di luce e riscaldamento. Eravamo abituati al freddo e a una realtà dura e poco accogliente. Ma in mezzo a tutta questa cupezza c’era un posto in cui potevamo riscaldarci non solo fisicamente, ma anche nell’anima: il club letterario “Pellegrino”.
Era un piccolo angolo di libertà e di ricerca, dove i nostri insegnanti, Lyubov e Oksana, ci raccoglievano. Mettevamo in scena spettacoli teatrali, discutevamo libri, cantavamo, cercavamo la verità. In quegli incontri c’era qualcosa di autentico, qualcosa di più di un semplice circolo scolastico. Cercavamo avidamente risposte a domande come: “Qual è il senso della vita?”, “Dove sto andando?”, “C’è qualcosa di più oltre alla routine quotidiana?”.
Un giorno Oksana invitò un italiano a una lezione di storia. Non sapevamo chi fosse. Semplicemente, entrò un uomo straordinariamente allegro, vivo, come se brillasse dall’interno. Parlava dell’Italia, ma non fu questo a colpirci.
Ci stupì il suo modo di parlare, di guardarci, di sorridere. Era padre Edoardo. Dopo la lezione, non riuscivamo a smettere di parlarne. Ci chiedevamo: “Perché è così? Da dove viene questa gioia? Come può essere così libero?”. Non ci diede risposte pronte, ma la sua presenza suscitò in noi altre domande, vive e reali.
Dopo un po’ ci invitò a trascorrere una vacanza insieme. Partimmo e vedemmo qualcosa che non avevamo mai incontrato prima. Vedemmo studenti che erano veramente felici. Cantavano, si abbracciavano, ridevano, parlavano tra loro come se ogni secondo di dialogo fosse prezioso. Non riuscivo a capire: perché vivevano così? Perché si rallegravano anche delle cose più ordinarie?
A un certo punto mi fermai semplicemente e guardai intorno a me: montagne, sole, aria cristallina, voci, risate, canti… e sentii di trovarmi dentro qualcosa di grande. In quel momento nacque in me il desiderio di vivere anch’io così. Volevo capire da dove provenissero quella libertà, quella gioia, quella felicità. Volevo che anche la mia vita fosse così.
Poi, però, decisi che avevo già “ricevuto” quell’esperienza. Pensai: “Bene, ho capito tutto. Ora posso andare avanti e costruire la mia vita”. Mi sposai e diventai mamma. Senza accorgermene, quella luce che avevo visto cominciò a spegnersi pian piano… Ma Dio non smette mai di chiamare. Quando pensavo di aver dimenticato quel cammino, mi trovò di nuovo. Diventare mamma riempì il mio mondo di bellezza. Ma dopo sei mesi, mia figlia ebbe il primo attacco convulsivo, cominciò a rimanere indietro nello sviluppo, non riusciva a gattonare, camminare o parlare.
Le nostre vite cambiarono: ospedali, medici smarriti, assenza di diagnosi. Per anni cercammo una cura miracolosa, un medico che ci dicesse: “Sistemeremo tutto”, ma le risposte non ci davano speranza. Non riuscivamo ad accettare la diagnosi. La nostra vita diventò una lotta: per un posto all’asilo, per il diritto all’istruzione, per un trattamento umano. Il futuro faceva paura.
Mio marito si rifugiava nel lavoro e negli amici. Io lo guardavo con rabbia e stanchezza. Ero esasperata dalle urla continue di mia figlia, dalla sua testardaggine, dal fatto che non riuscivo a cambiarla.
Urlavo contro di lei. Poi piangevo. Guardavo le altre famiglie e pensavo: “Perché loro sì e noi no? Perché solo io?”. Un senso di colpa mi accompagnava costantemente. La vita era diventata un circolo vizioso: ospedali, scuola, conflitti, tentativi di trovare la gioia… ma non riuscivo a trovare risposte. Dentro di me c’era una fame insaziabile, tutto era insufficiente.
Passarono anni. Mi abituai a quel circolo vizioso di lotta, paura e stanchezza. Ma Dio trova sempre un modo. Tutto iniziò con un incontro nel cortile della scuola, dove portai la mia figlia più piccola. Lì rividi Lyubov, la mia ex insegnante, con cui avevamo incontrato quell’Amicizia anni prima. Le chiesi quasi per caso: “Ci sono ancora quegli incontri?”. Lei rispose semplicemente: “Certo, c’è tutto”. Poi, guardandomi con attenzione, mi chiese: “Come vivi?”. Le raccontai di Polina. Sorrise e disse: “Un bambino così si ama ancora di più. Vieni con noi in vacanza”.
Lì, tra le persone che avevo conosciuto, vidi occhi che brillavano di felicità. Vidi le loro famiglie: gioiose, libere. E improvvisamente capii quanto fossi chiusa. Mi resi conto che la mia vita era una corsa in circolo senza senso. Il cuore si riempì nuovamente di stupore per questo dono incredibile che avevo ricevuto. Ma la vera svolta arrivò quando incontrai Enrico Craighero.
Mi raccontò della sua vita, piena di prove, ma i suoi occhi erano felici. Lo guardavo e pensavo: “Come? Come si può vivere così? Come si può essere felici in queste circostanze, con due figli gravemente disabili?”. Capii che volevo vivere così. Volevo che la mia vita tornasse a brillare, volevo imparare ad amare.
Iniziò così la mia nuova avventura. Gli amici mi proposero di fare caritativa in un istituto per malati mentali, dove viveva la nostra amica Zhanna. Vidi la tenerezza negli occhi delle amiche che erano con me e qualcosa dentro di me iniziò a cambiare. Cresceva il desiderio di un’esperienza umana autentica. Proposi agli amici di organizzare una festa di Capodanno nella scuola per bambini speciali dove studiava mia figlia. Fu un primo incontro goffo, ma quello che successe mi colpì. Quell’altruismo parlava di qualcosa di grande, di qualcosa che non apparteneva a loro, ma a Cristo.
Da lì in poi ci furono i compleanni di Polina e le feste di Natale al nono piano (sede del movimento a Karaganda), dove invitavamo gli amici di Polina e i loro genitori. Questo amore si manifestò ancora più chiaramente nel “frutto della nostra Amicizia”: il centro inclusivo “Faro” per giovani speciali. Quando stavamo organizzando la prima festa per l’inaugurazione del Centro, parlavamo di guardare alla realtà, e padre Pier disse: “Se Dio vuole che questo Centro si apra, ha già preparato tutto”.
Ora, cinque anni dopo, vedendo il grande edificio del Faro che viene costruito nel territorio della nostra Cattedrale grazie al nostro vescovo Adelio e all’enorme aiuto degli amici, capiamo che è opera di Dio, non dell’uomo. Durante la pandemia, nella primavera del 2020, quando il mondo si fermò, quando restavamo chiusi nelle nostre case e le scuole chiusero, sembrava che il futuro avesse perso ogni certezza. Ma proprio allora nacque il “Faro”.
Fu un tempo di enorme incertezza, ma anche di grande desiderio di vivere. In quei mesi ci accompagnò padre Julián Carrón. Lavoravamo sulla Scuola di comunità, lo ascoltavamo e capivamo che non dovevamo avere paura della realtà, ma guardarla con speranza. “La vita è iniziativa di Cristo”, diceva Carrón. “Se Lui non si stanca di iniziare, noi non possiamo stancarci di rispondere”. E noi rispondemmo.
All’inizio accoglievamo i ragazzi solo il sabato, ma nel tempo il “Faro” è cresciuto. Ora le attività si svolgono cinque volte a settimana! I ragazzi hanno imparato a cucire, a preparare ravioli, a fare dolci, a creare oggetti artigianali, cantano, ballano, lavorano con le mani e diventano più sicuri di sé. Ma il “Faro” non è solo per i bambini, è anche un luogo d’incontro per le mamme.
“Arriviamo qui stanche, ansiose, sofferenti, ma ce ne andiamo con stupore e gratitudine. Perché qui vediamo uno sguardo particolare su di noi e sui nostri figli: uno sguardo attento, amorevole, libero da pietà e pregiudizi. Ci stupiamo dell’altruismo delle persone che vengono non per compassione, ma per amore”.
Le famiglie del “Faro” partecipano alle vacanze estive del Movimento e, dopo la mostra su padre Giussani nel 2023, una mamma ha detto: “Giussani è un nostro amico che non abbiamo mai visto, ma che abbiamo incontrato al Faro”. Proprio qui molte mamme hanno conosciuto per la prima volta padre Giussani. Leggevano le sue parole, ascoltavano racconti su di lui, ma la cosa più sorprendente è che lo hanno incontrato attraverso le persone che le accompagnano nei loro bisogni più grandi.
Com’è possibile? Padre Giussani diceva: “Cristo è presente qui e ora, in questo luogo, in questi volti, in queste relazioni”. Ed è davvero così! Al “Faro” vediamo un amore che non svanisce, un’amicizia che rimane, uno sguardo che cambia la vita. “Siamo arrivate qui stanche, deluse, impaurite per il futuro dei nostri figli. Ma qui abbiamo visto uno sguardo umano pieno di tenerezza e rispetto. Abbiamo capito che i nostri figli non sono un problema, ma un dono. Abbiamo capito che la nostra vita non è limitata dalla paura, ma aperta alla bellezza. E questo ha cambiato tutto”.
Padre Carrón diceva: “Tutto dipende dal nostro sì, dalla nostra disponibilità a seguire Cristo qui e ora”. Cinque anni fa abbiamo detto quel “sì” ed è nato un luogo che è diventato casa per i nostri figli e per noi. Non sappiamo cosa ci riserverà il futuro, ma sappiamo una cosa con certezza: il “Faro” è un luogo in cui Cristo ci incontra qui e ora, un luogo dove i bambini speciali e le loro mamme imparano ad amare la vita. È un luogo in cui ogni giorno risuonano le parole di padre Giussani: “Il cuore umano è fatto per l’infinito”. E capisco che questa è la verità della mia vita.
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