Il Def 2020 presentato dal Governo nei giorni scorsi offre un primo quadro dell’effetto sul Paese dei drammatici eventi causati dalla pandemia di coronavirus. Questa, come sappiamo ahimè molto bene, diffusasi su scala globale, ha interessato in misura particolarmente severa l’Italia nella seconda metà di febbraio. Nel complesso, in considerazione, quindi, della caduta della produzione e dei consumi già registrata e delle difficili prospettive di breve termine, l’esecutivo stima che l’economia registrerà una complessiva caduta del Pil reale nel 2020 di 8 punti percentuali. Il che corrisponderà a una revisione al ribasso di ben 8,6 punti percentuali della precedente previsione di crescita del Pil per il 2020. Si passerà, infatti, da un aumento immaginato dello 0,6% ad una contrazione dell’8%. Per il 2021 si prospetta un parziale recupero del Pil reale pari a +4,7%.



La previsione si basa su una caduta attesa del Pil di oltre il 15% nel primo semestre e l’ipotesi di un successivo rimbalzo nella seconda metà dell’anno. Tale previsione macroeconomica è costruita in base all’ipotesi che le misure di chiusura dei settori produttivi non essenziali e di distanziamento sociale vengano progressivamente attenuate a partire dal mese di maggio e l’impatto economico dell’epidemia si esaurisca completamente, e auspicabilmente, nel primo trimestre del 2021.



In questo quadro complessivo sullo stato di salute della nostra economia dopo l’infezione del coronavirus si può iniziare anche a fare una riflessione, numeri alla mano, delle ricadute occupazionali. Un aiuto lo offre il periodico report dell’Istat seppure, è opportuno sottolinearlo, lo stesso istituto definisce lo studio “in progress”.

Si registra, così, una diminuzione dell’occupazione a marzo (-0,1% pari a -27mila) che coinvolge, senza discriminazioni, sia le donne (-0,2%, pari a -18mila) che gli uomini (-0,1%, pari a -9mila), portando il tasso di occupazione al 58,8% (-0,1 punti). Si evidenzia, altresì, una “apparentemente” buona notizia (ma non è una fake news): la forte diminuzione delle persone in cerca di lavoro (-11,1% pari a -267mila unità) che, anche in questo caso, coinvolge sia le donne (-8,6%, pari a -98mila unità) che gli uomini (-13,4%, pari a -169mila). Il tasso di disoccupazione scende così all’8,4% (-0,9 punti) e, tra i giovani, al 28,0% (-1,2 punti).



Ciò accade perché, nello stesso periodo, siamo di fronte a una consistente crescita del numero di inattivi, ossia delle persone che non hanno un lavoro ma neanche lo cercano, (+2,3%, pari a +301mila unità). Un dato, questo, ben tre volte più elevato tra gli uomini (+3,9% pari a +191mila) rispetto alle donne (+1,3% pari a +110mila) e che porta il tasso di inattività al 35,7% (+0,8 punti).

Se si amplia poi l’analisi ai dodici mesi, si registra, allo stesso modo, come alla diminuzione degli occupati si accompagni anche il calo dei disoccupati (-21,1%, pari a 571mila unità) e l’aumento “parallelo” degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+4,4%, pari a +581mila). Sembra emergere, insomma, una volta di più, come, nei prossimi anni, alle politiche attive per il reinserimento nel mercato del lavoro che verrà si dovranno affiancare misure e strumenti di “riattivazione”, sociale prima che meramente professionale, di queste persone in molti casi, già anche prima della crisi legata al Covid-19, ai margini delle nostre comunità.

Forse a loro, con una riflessione seria e pacata e non urlata, sarebbe da dedicare questo strano Primo Maggio che viviamo oggi, con la speranza che queste persone non diventino, già nelle prossime settimane, invisibili e dimenticate.

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