Quanta flessibilità dell’Ue sarà possibile? Francia e Italia spingono per una revisione dei trattati che permetta un maggiore ricorso all’indebitamento. Ma la Germania non accetterà l’abbandono né del rigore né del principio di sussidiarietà, così interpretato: ogni nazione deve mettersi in ordine da sola, senza usare soldi altrui, per non destabilizzare la moneta, e potrà ricevere aiuti dalle istituzioni comunitarie solo in casi di estrema necessità.
Berlino terrà questa posizione perché, in caso contrario, gran parte della popolazione si rivolterebbe. Questa, infatti, non ha ancora digerito l’abbandono forzato del marco e soffre talmente una politica monetaria che per ridurre il costo dell’enorme debito delle nazioni disordinate rende negativi i profitti del risparmio in quelle più solide, da suscitare crescenti richieste di uscita della Germania dall’euro. Pertanto la postura espansiva dell’Ue sarà molto limitata: qualche zerovirgola di deficit in più in cambio della rinuncia a revisionare i trattati. E quella della Bce troverà argine.
Da un lato, ciò basterà per ridurre il costo del debito italiano, almeno per un po’, ed evitare restrizioni eccessive del credito alle imprese. Dall’altro, non servirà a far girare di più il mercato interno europeo, azione necessaria visto il calo dell’export a seguito dell’incertezza con effetti globali dovuta al conflitto commerciale tra America e Cina, che ne ha fatto crollare l’interscambio di quasi il 20% nel mese di agosto, con impatto anche sulle esportazioni tedesche e italiane.
Servirebbero più investimenti interni in Germania per aiutare l’export intra-europeo dell’Italia e di altri, ma Berlino li frena. Servirebbe un mega-fondo di investimenti europeo: l’idea c’è, ma anche il rischio che questo finanzi per lo più l’industria tecnologica franco-tedesca, lasciando poco ad altri europei pur contributori del fondo stesso, tema che il governo dovrà presidiare senza la sudditanza di cui è sospettato.
In conclusione, l’Italia potrà avere benefici da una maggiore flessibilità nell’Ue, ma molto meno di quanto ora pensato e solo alla condizione di usare il deficit per investimenti competitivi e non per assistenzialismo. Andrebbe valutato, poi, se la strategia migliore sia quella di associarsi alla Francia nel chiedere cambiamenti inaccettabili alla Germania oppure quella di chiedere un contratto speciale dell’Italia con l’Ue che le permetta di riordinarsi rispettando il principio di sussidiarietà.