Da ragazzo “dietro le sbarre di una finestra del collegio, guardavo una strada deserta e il mio cuore era oppresso dalla infinita tristezza del pomeriggio domenicale. Una tristezza che dura ancora, perché allora mi avvelenò il sangue. Forse quando vedrò don Camillo piegare le sbarre, assieme al figlio di Peppone uscirà anche il collegiale Guareschi e, forse, dopo quarant’anni mi sentirò liberato” (Archivio Guareschi).
Quella nostalgia che gli ha avvelenato il sangue ha reso Giovannino incapace di assestarsi, di mettersi comodo, di imborghesirsi, come si diceva una volta, e gli ha forgiato – da dentro – un timbro con cui ha osservato e amato il mondo, certo a suo modo. Quanto manca ai nostri tempi un Giovannino indomito e malinconico come lo dipinge bene – proprio perché lo ama – Alessandro Gnocchi nel suo ultimo Giovannino Guareschi. Una vita controcorrente (Ares, 2025).
Diversi anni fa coi bambini piccoli (a cui leggevo don Camillo), un pomeriggio di novembre andammo a trovare Albertino Guareschi, che ci fece due regali. Il primo a mia figlia, che allora aveva dieci o undici anni. Le disse più o meno: “nella vita avrai tante giornate belle e alcune non belle, in queste ultime se vorrai, prendi in mano un libro di mio papà, uno qualsiasi e leggi un capitoletto, vedrai che la giornata brutta avrà tutto un altro sapore”.
Il secondo regalo lo fece a me. “Se vuole scoprire il vero Guareschi – mi disse – legga il Diario Clandestino e Ritorno alla base, lì c’è tutto”. Infatti in quelle stagioni senza senso e piene di dolore della prigionia, Giovannino diventò quello che era destinato ad essere: un feroce portatore di speranza.
“Fummo peggio che abbandonati, ma questo non bastò a renderci dei bruti: con niente ricostruimmo la nostra civiltà. Sorsero i giornali parlati, le mostre d’arte, lo sport, l’artigianato, le assemblee regionali, i servizi, la borsa, la biblioteca, il centro radio, il commercio, l’industria … ognuno diede quello che aveva dentro e che poteva dare, e così nacque un mondo dove ognuno era stimato per quello che valeva e dove ognuno valeva per uno”.
Un vecchissimo signore che aveva vissuto quegli anni terribili nei lager tedeschi in cui non pochi sono morti di fame, mi disse: “Guareschi ci ha salvato la vita”. E ci è riuscito – azzardo a dire – perché quella nostalgia profonda affonda le radici nel fatto che l’uomo è fatto da Dio per stare con Dio, e questo lo rende irriducibile: “l’uomo è fatto così, Signora Germania: di fuori è una faccenda molto facile da comandare, ma dentro ce n’è un altro e lo comanda solo il Padre eterno. E questa è una fregatura per te, signora Germania”.
Da qui in avanti tutto Guareschi si distingue per restituire l’uomo a sé stesso, alla sua vera natura. E tutta la sua sterminata produzione, la satira, le novelle, le caricature, la popolarità senza confini (non credo esista un autore italiano più pubblicato e letto nel mondo), tutto è figlio di quello spunto inossidabile e prezioso.
“Il laboriosissimo popolo italiano è, ohimè, afflitto da una pesante pigrizia mentale: non vuole pensare, preferisce trovare tutto pensato. Alzarsi la mattina e leggere sul giornale quello che la direzione centrale ha pensato per lui…”.
Quanto ci manchi Giovannino, ma possiamo sempre rileggerti e riprendere a sperare e grazie di cuore ad Alessandro Gnocchi.
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