Le politiche del lavoro in Italia registrano una grande, e strutturale, debolezza soprattutto nell’area delle cosiddette politiche “attive”. Un raffronto con gli altri Paesi europei circa la spesa destinata a queste politiche mostra, infatti, uno scarto notevole, nel nostro Paese, a vantaggio delle politiche “passive” di “mero” sostegno economico.



Se si mettono a confronto i numeri assoluti questi ci dicono che sono destinate a queste misure di sostegno il 2,6% del Pil in Italia contro una media europea del 2%. Altresì per le politiche “attive” si spende in Italia solamente lo 0,22% del nostro Pil contro una media europea di ben lo 0,61%.

Al netto dell’aspetto meramente economico, la principale criticità delle nostre politiche attive si manifesta soprattutto nei servizi per il lavoro. Questi, infatti, oltre a risentire della storica, e cronica, esiguità dei finanziamenti, registrano grandi limiti sia sul piano dell’efficienza che dell’efficacia. Un fatto, questo, che rende, quindi, peculiare, in negativo, il nostro sistema. Si pensi, infatti, che la spesa per i “servizi” è quasi impercettibile nel nostro Paese. Anche in questo caso abbiamo una percentuale tra le più basse in Europa con solo lo 0,26 per mille del Pil, contro una media europea del 2 per mille.



Per avere un’idea di come lavorano i nostri partner, la Spagna (uno dei Paesi che destina la maggiore spesa) si attesta ad una spesa del’1,03% del Pil, quasi cinque volte l’Italia.

Dall’analisi di questo quadro si è avviata una riflessione sfociata in un convegno Inapp dei giorni scorsi.

Sembra emergere come l’aumento delle risorse investite, negli ultimi anni notevole con il Rdc e il Pnrr, non sia però sufficiente per cambiare la situazione e per far sì che i servizi per il lavoro assolvano al loro compito istituzionale (la “mission”) di favorire un più efficace incontro tra domanda e offerta di lavoro. A questo scopo sembra necessario individuare e rimuovere le altre cause che minano la funzionalità dei servizi.



Si indicano, principalmente, tre aspetti su cui lavorare: la chiarezza sulle funzioni che i Centri per l’impiego devono svolgere nelle dinamiche dei mercati del lavoro locali, le dotazioni tecnologiche e l’efficienza organizzativa dei Centri e il necessario, e continuo, adeguamento delle competenze degli operatori chiamati a operare in un mercato del lavoro sempre più complesso e in fase di profonde trasformazioni quali quelli verde e digitale.

Anche in questo caso, insomma, la questione sembra più legata, anche se maggiori risorse non fanno mai male, a come si spende e non tanto a quanto. Spendere in politiche attive significa, infatti, prima di tutto, investire sulle persone che, in un momento di difficoltà e di bisogno, devono essere supportate in un percorso di riqualificazione, e reinserimento, e su quelle chiamate, dall’altra parte, a guidarle attraverso percorsi adeguati, personalizzati e sostenibili per l’utenza (le persone, a vario titolo, in cerca di un lavoro) e per il sistema.

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