Vittima di ictus torna a parlare grazie ad impianto cerebrale

Per la prima volta da quando questo tipo di tecnologie hanno iniziato il loro sviluppo, un impianto cerebrale ha permesso ad una vittima di ictus di parlare nuovamente, dopo 16 anni. La notizia arriva direttamente dal Times, che parla di un recente studio svolto con un paziente umano che avrebbe dato dei risultati sorprendenti. Gli scienziati che hanno svolto il trial, inoltre, credono che entro una decina di anni la loro tecnologia potrà essere utilizzata su larga scala, per tutte le vittime di ictus, oppure sclerosi laterale amiotrofica e, più generalmente, per tutti i disturbi che provocano la perdita della parola.



L’impianto cerebrale che ha permesso alla vittima di ictus di parlare è piuttosto semplice, almeno se vista dall’esterno. Si tratta di un dispositivo, del tutto simile ad un computer, al quale è connesso un cavo con un elettrodo. Quest’ultimo viene impiantato direttamente nel cervello della vittima, senza ovviamente comprometterne le funzioni e senza rappresentare un impedimento o un dolore per il paziente. L’elettrodo rileva i segnali elettrici trasmessi dal cervello al tratto vocale, e il computer li interpreta, restituendo sotto forma di testo il messaggio trasmesso nel cervello.



Impianto cerebrale: la storia di Pancho, vittima di ictus che è tornata a parlare

Insomma, lo studio di cui parla il Time in merito all’impianto cerebrale che ha permesso all’uomo vittima di ictus di parlare nuovamente sarebbe al suo primo stadio, ma i risultati fanno ben sperare, aprendo la strada ad eventuali modifiche e migliorie al progetto. Il soggetto “studiato” è stato chiamato Pancho, un uomo di 36 anni che a 20 anni è stato colpito da un ictus particolarmente dannoso che gli avrebbe impedito, negli ultimi 16 anni, di parlare.

Pancho, l’uomo che ha preso parte allo studio sull’impianto cerebrale, dopo l’ictus non aveva perso completamente la parola e riusciva ad emettere ancora alcuni suoni, per lo più versi. L’impianto consisteva in circa 128 elettrodi minuscoli posizionati nella parte alta del cervello, appurata proprio al linguaggio. A Pancho è stato chiesto, inizialmente, di pronunciare l’alfabeto fonetico Nato (Alpha, Beta, Delta, etc) e così ha interpretato a quali movimenti cerebrali corrispondeva una determinata parola, definendo una serie di parametri utili a comprendere Pancho. Dopo un po’ di addestramento, l’impianto cerebrale ha permesso alla vittima di ictus di parlare, ad una velocità di un carattere ogni due secondi, mentre il computer è addestrato a conoscere addirittura mille parole, più che sufficienti per una fluente pronuncia dell’inglese.