Anche nel 2015 la tendenza divoratrice della musica televisiva e quella omologatrice della leadership radiofonica non hanno mollato la presa (né mostrano segni di volerla mollare). Ne consegue che i prometeici commentatori musicali de ilsussidiario.net si ritrovano a consegnare ai lettori la classifica dei “BEST 2015” evitando accuratamente nomi conosciuti alle classifiche e alle più comuni selezioni di fine anno?
Forse perché i prometeici commentatori – un po’ per gusto, un po’ per curiosità – provano a spingere l’asticella sempre più in su, invitando così se stessi e i lettori in quella gara a confrontarsi con le novità e con le nicchie, piuttosto che adagiarsi nel già saputo. Per questo abbiamo anche inserito una serie di indicazioni riguardanti gli “emergenti ed esordienti dell’annata”.
Al di là di questo, però, c’è da registrare una tendenza dell’ambiente musicale generalizzato, riscontrabile negli ultimi 10-15 anni, che può essere una chiave di lettura delle proposte che qui incontrerete. Ormai si può identificare una differenza chiara nelle tre fasi del prodotto artistico musicale: creazione, produzione e spettacolarizzazione.
La prima riguarda l’artista e nessun altro. E’ la fase della ideazione del “prodotto canzone”. La seconda riguarda la definizione del prodotto finito, con l’intervento di produttori e diavolerie varie che rendono la canzone un prodotto discografico. La terza riguarda la messa in scena del prodotto musicale, la sua circolazione su stage più o meno ampi. Le tre fasi assumono importanza e rilevanza differente per ogni artista. Inoltre a seconda delle necessità, dei gusti, dell’istinto e delle preferenze di ciascuno, la musica viene goduta e amata per la rilevanza di ognuna di quelle parti sopra citate.
Nei dischi che ilsussidiario.net qui indica potremmo dunque dire che c’è una massima rilevanza data all’aspetto creativo in quanto tale, cioè alla capacità di scrivere belle canzoni e buona musica, anche senza che questo significhi a tutti i costi iperboliche produzioni o cinematografiche produzioni on stage. Ad ogni mondo, per queste ultime, ci siamo anche sbizzarriti nell’indicazione dei top-concerti dell’anno. Buona lettura e…. buon ascolto (visto che la speranza è che arrivi la curiosità di scoprire con noi quello che anche per noi è stata una bella scoperta).
(W.G.)
Assai difficile, anche per chi segue da una vita la musica, avere una visione completa del panorama musicale. La molteplicità di proposte, di album pubblicati (da major, indipendenti o autoprodotti) è talmente ampio che risulta arduo intuire generi o valorizzare artisti. L’Italia musicale rimane quella di Sanremo, dei rocker della piadina, dei predicatori con le tasche piene, dei talent, tutto a discapito della Musica con la M maiuscola. Operatori incompetenti, organizzatori che non vogliono rischiare, radio e carta stampata diventate esclusivamente megafono di questo o quello, delineano il panorama italiano. Per quanto ci riguarda siamo particolarmente orgogliosi di aver dedicato il nostro impegno a gruppi come gli Snarky Puppy che stiamo seguendo da un paio d’anni. Ci abbiamo visto giusto: una nomination al Grammy per il loro ultimo album e la vittoria nel prestigioso referendum dei lettori di Downbeat come miglior gruppo jazz del 2015. Entrando nel dettaglio come non evidenziare il grande album regalatoci da Nad Sylvan (Courting the Widow) che ci ha fatto ritornare agli anni d’oro del progressive o i concerti e il sorprendente nuovo album di Bill Laurance. Un gran bel ritorno dal passato quello di Jon Anderson e Jean Luc Ponty. Come sempre tante chitarre, dalle conferme di Antonio Onorato, Peo Alfonsi, ai giovani leoni Osvaldo Di Dio e Filippo Cosentino. Di alto lignaggio il coraggioso progetto di Alessia Arena e Federica Bianchi (Duo Ammatte), con lo splendido contributo a Rosa Balistreri. Guardando alla musica più sperimentale tanto di capello a quel fior di musicista di Lorenzo Feliciati che ad ogni uscita sorprende per qualità della sua ricerca. Una buona annata per quanto ci riguarda. A seguire le mie preferenze.
1) SWIFT (Bill Laurance) ex aequo COURTING THE WIDOW (Nad Sylvan)
2) SYLVA (Snarky Puppy)
3) KOI (Lorenzo Feliciati)
4) TRIO LIVE (Antonio Onorato)
5) CHANGE OF HEART (Peo Alfonsi)
1)Duo Ammatte (Alessia Arena, Federica Bianchi)
2)Filippo Cosentino
3)Osvaldo di Dio
4)Stella Santana
5)Luigi Masciari
1)The Who (Londra O2 Arena 23 Marzo)
2)Bill Laurance (Londra Union Chapel 23 maggio)
3)Snarky Puppy (Londra Eventim Apolllo 6 Ottobre)
4)U2 ( Londra O2 Arena 3 novembre)
5)Steve Hackett (Shepherds Bush Empire 7 ottobre)
Questo 2015 è stata un’annata strana. Certo, c’entra anche un qualcosa a livello personale che mi ha impedito di soffermarmi su molte nuove uscite. Ma c’è dell’altro: nel panorama musicale stiamo assistendo ad una strana rivoluzione. Da un lato un passatismo sempre più marcato, dove le nuove uscite sembrano voler ricalcare quasi pedissequamente modelli già sentiti ma senza averne la forza (vedasi Leon Bridges Father John Misty o Kamasi Washington o perfino Kendrick Lamar) e dall’altra una corsa a chi è più “sopra le righe”. Più intimista (Sufjan Stevens, Natalie Pass, Sun Kil Moon), più sballati (Ant Farm su tutti) o più “indie” (Tame Impala, ossia la sintesi di certo rock contemporaneo).
Quello che resta dell’anno sono le canzoni dei Decemberists, un mondo a parte sospeso fra Nick Drake, i REM e gli Smiths, troppo lontani dagli schemi per sfondare le classifiche ma capaci di avvicinarsi alla scrittura della canzone pop perfetta. Resta Bob Dylan, capace di scavare nel passato ma senza essere retorico, di essere se stesso anche cantando qualcun altro. Fra i “giovani” in ambito di radici americane c’è Rhiannon Giddens, che si propone come credibile erede di Nina Simone e confeziona un disco quasi perfetto. Ci sono iTitus Andronicus, che sono talmente eccessivi da risultare fastidiosi anche per chi sbandiera l’amore per l’eccesso, e coniugano un punk da battaglia con slanci letterari, magari ogni tanto troppo verbosi, ma che grondano sincerità.
C’è poi il jazz, e qui c’è da sbizzarrirsi. Scelgo un disco italiano: This is the day di Giovanni Guidi, pubblicato su ECM. Un pianismo frammentario ma che, se gli si dà spazio, si svela in tutta la sua bellezza.
1.- THE DECEMBERISTS – What a terrible world, what a beautiful world
2.- BOB DYLAN – Shadows in the night
3.- RHIANNON GIDDENS – Tomorrow is my turn
4.- TITUS ANDRONICUS – The most lamentable tragedy
5.- GIOVANNI GUIDI TRIO – This is the day
DAVID CORLEY – Available light
1.- RICHARD THOMPSON – Treviglio
2.- BOB DYLAN – Torino
3.- MARY GAUTHIER – Brescia
Gotta Serve Somebody e io scelgo Dylan. Cover, nuove take e inediti, il 2015 è targato Bob Dylan che ancora una volta è passato per la nostra penisola con il suo “Sinatra Show” in lungo e in largo. The Cutting Edge è un documento essenziale del suo periodo di massima espressività artistica, tutti gli altri in coda.Amore e Furto di De Gregori è un di cui sopra estremamente apprezzabile. Lo stupendo e sorprendenteAshes & Dust di Haynes insieme a Wilder Mind dei Mumford & Sons (sebbene abbiano lasciato a casa il banjo e per quanto il suono sia cambiato) sono stati invece gli album che ho ascoltato di più.
1-Bob Dylan – The Cutting Edge 1965-1966: The Bootleg Series Vol. 12
2-Warren Haynes – Ashes & Dust
3-Low – Ones and Sixes
4-Francesco De Gregori – Amore e Furto
5-The Tallest Man on Earth – Dark Bird is home
1-Dave Heumann – Here in the Deep
2-Torres – Sprinter
3-Chris Stapleton – Traveller
4-Fufanu – Few more days to go
5-Nadia Reid – Listen to Formation, Look for the Signs
1-Bob Dylan – Terme di Caracalla – Roma
2-Gov’t Mule – Alcatraz – Milano
3-Glen Hansard – Alcatraz – Milano
4-Mark Knopfler – Forum – Assago
5-Omar Pedrini – Arci Tambourine – Seregno
Quest’anno, mai come gli altri anni, ho cercato di ascoltare tutto. Ho cercato di non fossilizzarmi su un solo genere, sulle sonorità con cui sono maggiormente in confidenza, ma di esercitare la mia curiosità spingendola oltre e muovendomi nel modo più trasversale possibile. La conseguenza di questa bulimia musicale è stata che, prevedibilmente, ho consumato tanto ma ho assimilato poco. Dei più di cento album ascoltati (niente brani sparsi, non ce la faccio proprio) circa una sessantina sono usciti in questo 2015. Dire quali siano stati i più belli è davvero difficile, un po’ perché sono lavori totalmente diversi tra loro, che hanno attirato la mia attenzione in tempi e modi del tutto diversi. In secondo luogo, credo che le classifiche, come tali, siano volubili e soggette alla suggestione del momento. Ecco dunque che, dovendo elencare per forza cinque dischi di questo 2015, vado a prendere quelli che sto ascoltando ancora adesso, a mesi di distanza dalla loro uscita. In coda, la stessa considerazione che vado facendo da qualche anno: di dischi belli ne escono ancora una marea, basta solo saperli cercare. Ed è bello vedere che le vecchie glorie non hanno intenzione di appassire: le ultime settimane dell’anno ci hanno consegnato un David Bowie strepitoso, che se non si fosse per ora limitato ad anticipare due singoli, sarebbe nella top five senza esitazioni. Poi i New Order, autori di un disco maiuscolo, già abbondantemente sviscerato su queste colonne. E direttamente dagli anni ’90, i Blur sono tornati dopo dodici anni di assenza, con un album che non infilo in questa lista ma che si colloca giusto un filo più sotto. E anche sulle nuove leve, non ci si lamenta per nulla. Soprattutto l’Italia ci sarà consegnando un vasto numero di artisti da tenere d’occhio. Ce ne sarebbero tanti di nomi da fare, in questo campo. Ne ho scelto solo uno, quello che mi ha colpito più di tutti, sperando di non fare un torto a tutti gli altri. E mi perdonerete se ho indicato tre concerti, ma sono già stato fin troppo buono: c’era decisamente troppa roba tra cui scegliere. Insomma, alla faccia di tutti quelli che dicono che il rock è morto, io continuo a divertirmi un sacco…
1-New Order “Music Complete”
2-Sufjan Stevens “Carrie & Lowell”
3-Disclosure “Caracal”
4-Colapesce “Egomostro”
5-Low “Ones and Sixies”
1-Omake “Columns”
1-Ride, Primavera Sound Barcellona
2-Damien Rice, Villafranca di Verona
3-Dave Matthews Band, Milano
Nella valutazione degli album che mi hanno lasciato qualcosa quest’anno il primo posto va sicuramente a Sufjan Stevens, che ha scelto di distillare un dolore alla sua maniera, con toni pacati e parole sussurrate ma convincenti. Restando nel mondo cantautorale, grande prova anche di James Taylor, che torna a scrivere grandi canzoni accompagnato da partner di livello stellare. Allargando solo un pochino il campo, appare Mark Knopfler, altro artista di razza che fa sembrare tutto facile e affascina con temi che paiono ovvii, ma non sono mai banali. Non ho trovato esordienti, ma possono essere considerati tali per il pubblico italiano i Punch Brothers, gruppo newyorchese di progressive bluegrass, chissà se mai li ascolterà qualche altro italiano oltre me. E l’Italia? Menzione ed iniezione di fiducia per la scrittura matura e la confezione ben assortita di Carmen Consoli.
Concerto dell’anno: la maratona (quasi tre ore) di Dave Matthews Band al Forum di Assago.
1. Sufjan Stevens – Carrie & Lowell
2. James Taylor – Before This World
3. Mark Knopfler – Tracker
4. Punch Brothers – Ahoy!
5. Carmen Consoli – L’abitudine di tornare
Dave Matthews Band – Forum di Assago – 17 ottobre
Impossibilitato ormai per cause di forza maggiore a seguire con puntualità le uscite discografiche, si cerca di intercettare quello che il mercato offre. Pochi, ma buoni. Ecco allora due grandi vecchi: Keith Richards inaspettatamente realizza il suo disco solista migliore (su tre) e se avesse avuto Mick Jagger come cantante,Crosseyed Heart sarebbe stato il miglior disco degli Stones dai tempi di Exile on Main Street. Bob Dylan stupisce e commuove con una raccolta di standard della grande musica americana incisi anche da Frank Sinatra, ma è puro Dylan al suo meglio. Rimanendo tra “vecchi”, i mitici Sonics pubblicano il primo disco nuovo dopo cinquant’anni, This is the Sonics, e dimostrano alla loro età di avere più cartucce da sparare dei giovani d’oggi. Buone notizie invece dall’America contro, quella di colore, che si ribella contro la violenza poliziesca e il vuoto di potere del primo nero presidente della storia, il vacuo Barack Obama. Gli Algiers con il disco omonimo sono la versione moderna, furiosa e apocalittica di Robert Johnson e Martin Luther King. La musica italiana intanto cresce e cresce bene, ma solo se sta fuori dai talent e dalle radunate indie-hipster. Ne segnaliamo due almeno (anche se sarebbero di più, ad esempio i cantautori Luca Rovini e Francesco D’Acri con due pregevoli uscite nel 2015, tra i pochi a tentare questa strada componendo in italiano). I Cheap Wine con il bel live Mary and the Fairy ci insegnano che il rock’n’roll non vuol dire solo urlare e grattare le chitarre, ma anche e soprattutto commuovere l’animo, mentre i Sacri Cuori con l’affascinante Delone ci dicono che si può fare musica totale, dal Messico alla Romagna
1-Keith Richards, Crosseyed Heart
2-Algiers, Algiers
3-Sonics, This is the Sonics
4-Bob Dylan, Shadows in the Night
5-Cheap Wine, Mary and the Fairy; Sacri Cuori, Delone
Dilemma ricorrente degli anni recenti. Ci sono almeno 5 dischi nell’arco di un anno solare che portino in sé il seme per coltivare una memoria di vita o perlomeno una sua ipotesi? E puntualmente nella Zona Cesarini si consumano piccoli grandi miracoli, si riscatena una passione quando tutto sembra perduto. Come da un po’ di anni a questa parte le donne impartiscono una lezione di stile e visione a un consunto mondo musicale maschile che, a tutti i livelli e ad ogni latitudine, si limita a inseguire i propri riferimenti senza osare o a inventarsi un’integrità di pura facciata. In questo panorama di imitazioni di stile e di vita forse solo Everything Everything e The Decemberists – pur lontani dai livelli d’eccellenza alla loro portata – si elevano dal grigiore generale. Personalmente ho sempre amato The Corrs con il loro semplice ma ricercato pop ad egemonia femminile che riporta alla garbata profondità dei Carpenters. White Light con la sua svolta esistenziale cattura e appassiona come raramente è dato sentire da un gruppo dopo 10 anni di silenzio. Incantano e interrogano la Nerina Pallot neorealista di The Sound and The Fury e la Deradoorian angelica eroina psichedelica di The Expanding Flower Planet. Rhiannon Giddens è invece il colpo di fulmine delle ultime quarantotto ore. Il suo Tomorrow is My Turn revival album ecumenico secondo il tenore più puro e intimo del linguaggio traditional, supera sul filo di lana la pur notevole Dayna Kurtz di Rise and Fall. Dulcis in fundo non può essere dimenticata Leigh Nash, texana dagli occhi dolci che con The State I’m In sfida con grazia e gusto la grande eredità dell’old country orchestrale.
Quanto agli esordienti … non sono proprio tali ma i Conqueror, italiani di Sicilia, sono una splendida realtà dell’art rock meritevole di grande attenzione a livello generale, appena dietro gli eccellenti e quasi esordientiNot a Good Sign, italiani che cantando in inglese, scrivono ed eseguono grandi canzoni prog con un taglio tra il drammatico e il semi-apocalittico.
Nella grande fiera delle ristampe non mi stancherò mai di segnalare la necessità quasi fisica di riscoprire con il Tony Banks di A Chord Too Far (box 4Cd) la sublime arte di un talento ancora oggi da decifrare e da conoscere, visionario elegante e fantasista irripetibile che ha segnato la storia del rock a svariati livelli e piani di lettura.
1-The Corrs – White Light
2-Nerina Pallot – The Sound and The Fury
3-Deradoorian – The Expanding Flower Planet
4-Rhiannon Giddens – Tomorrow is My Turn
5-Leigh Nash – The State I’m In
Conqueror – Un’Altra Realtà
CONCERTO DELL’ANNO
Alice – Weekend Live, Teatro Nuovo Milano, 8 aprile
Tanta musica dagli anfratti della creatività, che sia stagionata o esordiente poco importa. Dal punto di vista di chi apprezza soprattutto l’ambiente americano, il blues, le jamming band, il rock tradizionale e la roots music (più o meno “americana”), c’è da dire che è stata un’annata molto godibile. Ci sono stati i soliti ritorni pregiati (Randy Bachman su tutti), ma anche molti giovani hanno confermato qualità e voglia di emergere. Comunque mi pare che come “genere” sia il blues che quest’anno ha dato complessivamente il meglio di se (con Sugaray Rayford e Shemekia Copeland come pezzi da novanta), anche se è di Tom Russel il lavoro più potente e ambizioso: un’epopea storico-culturale, un amore infranto che diventa fuga, si trasforma in emigrazione, in vita di frontiera, tra gamblers, cavalli, furti, omicidi, whisky e donnacce, prima della possibile redenzione. Russel incide un doppio Cd immenso per intuizione e realizzazione, che racconta la storia dei ragazzi degli States negli ultimi due secoli, partendo dalle loro radici europee. Tra le jamband è deiWidespread Panic il disco più convincente, mentre i Kentucky Headhunters hanno inciso con Johnny Johnson un disco si southern rock’n’blues fantastico. Begli esordienti (i migliori potrebbero essere un outlaw del country come Chris Stapleton, una polistrumentista roots come Rhiannon Giddens, una bluegrass band di New Orleans come i Deslondes) e alcuni concerti memorabili. Tra concerti e due dischi usciti nell’annata si potrebbe indicare Doug MacLeod come musicista dell’annata insieme a Tom Russel: con la slide fa cose di cui ha bisogno ogni umano dotato di cuore ed emozione…
1- Tom Russel, The Rose of Roscrae
2-Widespread Panic, Street Dogs
3-Sugaray Rayford, Southside
4-Mighty Sam McClain, Tears of the World
5 – The Kentucky Headhunters and Johnny Johnson – Meet Me In Blues Land
1-Chris Stapleton, The Traveller
2-Rhiannon Giddens, Tomorrow is My Turn
3-The Deslondes, The Deslondes
1-Greg Koch, Lugugnano (VR), 18 ottobre
2-Patti Smith, Villa Manin, Passariano (UD), 1 agosto
3-Doug MacLeod, Ferrara, 10 ottobre
4-Nels Cline, Padova, 9 marzo