Cresce l’attesa per le decisioni dell’Amministrazione Trump sui dazi che dovrebbero essere annunciate domani. Come ha sottolineato Fabio Panetta, nella sua relazione sul bilancio della Banca d’Italia, “l’economia europea, già segnata dalla stagnazione del settore manifatturiero, risente in modo particolare di queste dinamiche a causa della sua forte esposizione al commercio estero”. Tra l’altro, ha aggiunto il Governatore di Bankitalia, “l’aumento dell’incertezza – dovuto soprattutto agli annunci, talora contraddittori, sulle politiche commerciali degli Stati Uniti – impone cautela nel percorso di diminuzione dei tassi ufficiali” da parte della Bce. Abbiamo chiesto un commento all’ex direttore del Sole 24 Ore Guido Gentili.
Cosa ci si può aspettare dall’Amministrazione Trump e dall’Ue in questa partita relativa ai dazi?
È una partita che di fatto si sta aprendo ora e nessuno sa fino a che punto Trump vorrà spingere, anche perché in questi primi mesi l’azione della nuova Amministrazione si sta distinguendo per brusche frenate e improvvise accelerazioni, come si è visto anche nei rapporti con Russia e Ucraina. Dal canto suo, l’Ue non può permettersi di presentarsi totalmente divisa su questo terreno: se iniziassero delle trattative bilaterali tra Stati Uniti e singoli Paesi membri, Bruxelles finirebbe per essere delegittimata.
Forse la principale difficoltà dell’Ue è che deve rappresentare 27 economie con caratteristiche diverse tra loro. Abbiamo visto anche Tajani, che non può essere tacciato di sovranismo, chiedere di evitare contro-dazi sul whiskey americano per tutelare i vini italiani…
Il problema principale per l’Ue riguarda i contro-dazi che sarà eventualmente necessario adottare. Questi, tra l’altro, dipendono dal “colpo” sulle tariffe che l’Amministrazione Trump vorrà sferrare. Come detto poc’anzi, la Casa Bianca in questi mesi ci ha fatto vedere di essere capace di scarti improvvisi, che possono essere anche positivi, non per forza negativi. Toccherà aspettare, ma di certo sarebbe un problema serio per l’Europa se non fosse in grado di varare una qualche contromisura unitaria.
Panetta ha ricordato anche un altro rischio derivante dai dazi: lo stop alla discesa dei tassi di interesse da parte della Bce.
Con i dazi aumenta l’incertezza che già di per sé rappresenta un freno per le scelte di politica monetaria. C’è, infatti, il rischio che l’inflazione possa aumentare negli Stati Uniti e che possa essere esportata nel resto del mondo. Chiaramente, quindi, per la Bce il sentiero della riduzione dei tassi si fa molto più stretto: ci sarebbe da sperare che almeno li lasciasse invariati.
Entro il 10 aprile il Governo dovrà presentare la prima Relazione annuale sui progressi nell’attuazione del Piano strutturale di bilancio, il documento che sostituisce il Def, in cui sarà indicata anche una stima sull’andamento del Pil. I dazi rischiano di creare problemi anche su questo fronte?
Una stima dovrà essere indicata e c’è una grande differenza tra una crescita da “zero virgola” e una crescita dell’1% o “dell’uno virgola”. I dazi rischiano di incidere negativamente sull’export italiano verso gli Stati Uniti che vale circa 67 miliardi di euro. Considerando oltretutto che il Pnrr non sembra stia dando i risultati immaginati, penso che non vedremo una previsione “entusiasmante”, anche perché il Governo su questo terreno ha scelto finora di adottare un atteggiamento prudente e non credo vorrà cambiarlo: il contesto attuale, infatti, non lascia spazio per fughe in avanti.
Ci sono timori sul fatto che l’aumento degli investimenti nella difesa avrà conseguenze sul costo del rifinanziamento del debito. Sull’andamento della finanza pubblica l’Italia può essere tranquilla?
Essendo il nostro Paese in fondo alla classifica della spesa per la difesa in rapporto al Pil, penso che qualcosa su questo fronte andrà fatto. Mi pare che con l’approccio prudente finora osservato sia stato comunque messo molto fieno in cascina, come si è visto anche dal dato relativo al deficit del 2024. Il nostro Paese appare nelle condizioni per poter affrontare questa sfida, senza che questo incida negativamente sullo spread.
Pensa che nei prossimi mesi crescerà la pressione per cambiare le regole fiscali europee?
Il Patto di stabilità è stato appena riformato ed è stata già profilata l’attivazione delle clausole di salvaguardia per consentire gli investimenti nella difesa. Le pressioni per fare di più ci saranno, anche perché credo che sarà difficile mantenere un approccio troppo rigorista. Tuttavia, l’Ue non può permettersi fughe in avanti e penso opterà per una gestione abbastanza accorta di queste pressioni. Non so se nel frattempo si arriverà al debito comune per le spese nella difesa di cui ha parlato la von der Leyen. Non lo escluderei a priori visto quel che è successo in Germania, dove in poche settimane è stato riformato il freno al debito, cosa che sembrava impossibile fino a qualche mese fa.
Vista la situazione, pensa che il Governo dovrà dare qualche segnale alle imprese?
Già si era detto che dal momento che Transizione 5.0 non sta dando i risultati sperati occorre riattivare il più collaudato canale di incentivazione degli investimenti rappresentato da Industria 4.0. Penso che si dovrebbe a maggior ragione procedere in tale direzione vista la penalizzazione che le aziende italiane rischiano con i dazi Usa. Credo anche che Governo, sindacati e imprese dovrebbero fare qualcosa su un altro terreno.
Quale?
Quello dei bassi salari reali, che si legano ai dati spaventosi sul calo delle nascite. Con gli stipendi attuali di ingresso, infatti, i giovani faticano a crearsi una famiglia. Bisognerebbe, pertanto, chiedersi se il sistema della contrattazione attuale sia ancora valido o se non vada riformato. Servirebbe un patto tra le parti sociali, ma andrebbero prima superate contrapposizioni e divisioni, cosa non facile in questa fase visto che a giugno si terranno i referendum promossi dalla Cgil.
(Lorenzo Torrisi)
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