Olimpiadi di Monaco, 5 settembre 1972. Mentre la redazione della ABC, a pochi metri dal villaggio olimpico, si prepara alla cronaca delle gare del giorno dopo, si sentono degli spari provenienti dalle camere degli atleti. Bastano pochi minuti per capire che ci sono delle vittime (sono 2) e che sono tutte della squadra israeliana. Dei guerriglieri armati hanno preso in ostaggio 9 persone e chiedono la liberazione di prigionieri palestinesi. Che la diretta televisiva abbia inizio.
5 settembre 1972, 13 febbraio 2025. No, non c’è nessuna ricorrenza, nessun anniversario, nessun nuovo retroscena venuto alla luce, nessuna nuova notizia da comunicare al mondo. September 5 è un film su un evento storico di grande richiamo. Un evento che ha coinvolto e sconvolto il mondo. Una tragedia che ha colpito la squadra olimpica di Israele, decimata da un episodio di terrorismo, quando ancora non esisteva un termine adatto a definirlo.
Un film che, in questo momento storico, assume inevitabilmente un significato politico, anche se non sembra essere questo l’intento degli autori che lo presentano alla stampa.
Israele, il 5 settembre del 1972, è stato vittima, agnello sacrificale, oggetto di ricatto da parte del mondo arabo che chiedeva uno scambio di prigionieri e ostaggi. Proprio in quel paese, la Germania, dove trent’anni prima milioni di ebrei erano stati decimati, vittime della carneficina nazista. Dunque vittime e non carnefici. Un’operazione simpatia che ci allena a prendere le distanze dell’etichettismo dei nostri giorni, fatto di buoni e cattivi a tutto tondo, come nel mondo incontrovertibile dei supereroi cinematografici.
Ma veniamo al film. September 5 è un thriller dietrologico, nel senso che ci porta dietro ai fatti, nelle stanze dell’emittente ABC, unica tv americana in diretta sul fatto. Una postazione privilegiata, a pochi metri in linea d’aria dai balconi del misfatto. Chi guarda è sbattuto fin da subito nella frenesia organizzativa della cabina di regia che si prepara a raccontare lo sport e che si trova a raccontare la morte. Tra le mani di un pivellino senza esperienza (un giovane giornalista tappabuchi) si trova materiale radioattivo, capace di far detonare il mondo mostrando, per la prima volta in diretta, una storia di sangue.
Il marketing nostrano ha voluto aggiungere un sottotitolo per sfornare la morale del film: “La diretta che cambiò la storia”. E un po’ lo è stata, al netto dell’enfasi da evento cinematografico.
Il 5 settembre del 1972 sembra essere stato il momento in cui, davanti a 900 milioni di spettatori, qualcuno ha deciso di andare in diretta, a mostrare l’imprevedibile, inclusa la morte. Quello stesso giorno, sempre davanti a 900 milioni di spettatori, qualcuno ha deciso di rivelare il salvataggio degli ostaggi, su fonti raccolte dalla strada.
Qualcuno ha deciso di annunciare la vita (o la morte) prima di saperlo davvero.
Quello stesso giorno, il giornalismo globale ha sacrificato sull’altare del business l’essenza stessa della notizia e dell’etica giornalistica.
Qualcuno ha provato a fare obiezioni. Qualcuno ha provato a impedire che succedesse. Qualcuno ha riflettuto sulla scelta. Qualcuno si è sentito in colpa. Ma l’odore di promozione e di scoop, per la redazione di ABC, ha rapidamente insabbiato “inutili” masturbazioni di coscienza.
Benvenuti nel mondo contemporaneo, quello della verità artificiale, del falso d’autore, del vero più del vero, del vero trasformista, del vero almeno un po’ o del vero algoritmico. Quello, ad esempio, del Papa in Moncler, di Trump Presidente, di Schlein che abbraccia Meloni e di Ferragni che fa beneficienza e molto altro.
Comunque sia, nel film, prima ancora delle domande, si soffre con il giovane Geoff in sala regia, eroe per caso della diretta. Parteggiando per lui ne siamo subito diventati complici.
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