Due grandi appuntamenti sindacali hanno riportato all’attenzione dell’opinione pubblica la situazione di divisione che caratterizza i rapporti fra le principali forze sindacali.
Con un’assemblea nazionale dei delegati e il voto del consiglio nazionale, la Cisl ha salutato Luigi Sbarra ed eletto la nuova Segretaria generale Daniela Fumarola. Nei giorni immediatamente a seguire la Cgil ha riunito l’assemblea dei delegati confederali e di tutte le categorie per lanciare la campagna referendaria per l’abolizione del Jobs Act.
Le posizioni emerse dai due appuntamenti segnano le profonde differenze che caratterizzano la strategia dei due principali sindacati del nostro Paese.
Non ci riferiamo alle caricature che ne sono state fatte dai commentatori più superficiali. L’assemblea generale della Cisl non è stata una passerella per la presidenza del Consiglio. Alla fine di un mandato da Segretario generale di un sindacalista che ha sostenuto per tutti questi anni che non c’entra il colore dei governanti, ma conta cosa si riesce a contrattare con loro, era naturale invitare la principale interlocutrice. Gesto peraltro fatto anche dalla Cgil in occasione del Congresso nazionale. Allo stesso modo le posizioni lanciate da Landini non sono per sostituirsi al Pd o per definire un proprio futuro in politica, ma rispondono a una precisa scelta sindacale.
Le posizioni di fondo della Cisl sono state ribadite dalla nuova Segretaria generale nel discorso con cui ha iniziato a caratterizzare il suo nuovo incarico. Ha rimarcato due scelte di fondo che hanno caratterizzato negli ultimi anni l’azione sindacale. Il no alla fissazione di un salario minimo per legge e la soddisfazione per essere giunti a predisporre una legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese.
Quest’ultimo è un obiettivo che il movimento sindacale italiano si poneva fin dal dibattito dell’Assemblea costituente. Era uno dei tratti ideali fondanti della Cisl, ma anche una delle richieste che Di Vittorio, segretario Cgil del primo periodo post-bellico, riteneva fondamentale come base di supporto per il patto per lo sviluppo e il lavoro proposto per la ricostruzione economica nazionale. Intorno alla proposta della Cisl si è formata in prima battuta una larghissima maggioranza. Hanno dato inizialmente il consenso le forze politiche di governo, i partiti di centro e il Pd. Dopo il dibattito in commissione parlamentare, prendendo come scusa che alcuni emendamenti snaturerebbero il testo iniziale, il Pd ha assunto una posizione diversa.
Stesse divisioni, nel campo politico segna la proposta avanzata dai partiti di sinistra sul salario minimo. Centristi e Governo sono invece per seguire la strada di un accordo che veda nel riconoscimento della contrattazione la sede in cui fissare i minimi salariali di riferimento.
Le posizioni uscite dall’assemblea Cgil sono esattamente contrarie alle posizioni Cisl. Si insiste con la richiesta di un intervento legislativo per il salario minimo e, con un giudizio quantomeno audace, si boccia qualsiasi ipotesi di partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese sostenendo che sarebbe un colpo contro la contrattazione.
Queste posizioni sono sostenute dal Segretario generale della Cgil perché si ritiene che di fronte a una situazione di generalizzato peggioramento delle condizioni di lavoro, sia occupazionali che salariali, si possa intervenire con misure politiche. La trattativa, risposta alla rabbia sociale crescente, secondo l’analisi landiniana, non sarebbe con le controparti sociali, ma da portare al livello politico. La mobilitazione referendaria sarebbe infatti utile per sancire che si devono aprire trattative per nuove leggi che intervengano sul mercato del lavoro. È questo l’obiettivo reale, visto che le norme da abrogare porterebbero a una situazione peggiore di quella attuale e avrebbero poco impatto sulle cause attuali che stanno alla base della precarietà.
Le posizioni dei due sindacati indicano una lettura diversa di quanto sta avvenendo nella realtà e quindi ne derivano due risposte che portano a contrapposizioni generalizzate.
La situazione del mercato del lavoro è caratterizzata da un massimo toccato dal tasso di occupazione. Ciò non significa che sono risolti i nodi strutturali del nostro mercato del lavoro. Tuttora giovani, donne e Mezzogiorno sono penalizzati sia nell’accesso al mercato del lavoro, sia nella qualità di inserimento lavorativo cui arrivano. Lo stesso appare per le problematiche salariali. Sono cresciuti di più i lavori poveri e, a causa dell’inflazione e dei ritardi nei rinnovi contrattuali, molti stipendi sono scivolati sotto il minimo necessario. Si può aggiungere che la caduta della produzione industriale dell’anno passato accentua le difficoltà per una ripresa dell’economia.
Ora di fronte a lavoro povero e lavoro precario si può immaginare che tutto sia ripristinabile con leggi che ristabiliscano le situazioni passate oppure serve un’attenta analisi delle cause per proporre un patto per lo sviluppo? Alla base dei ritardi della nostra economia e delle condizioni del lavoro vi è un costante calo della produttività. Sono mancati investimenti e scelte di riforma. La nostra bassa produttività caratterizza il settore dei servizi, alcuni settori industriali lontani dalle esportazioni e in generale la produttività di sistema per i ritardi delle riforme della concorrenza, della Pa e della giustizia.
A fronte di questa situazione la Cgil ha scelto di rifugiarsi nelle forme del sindacato massimalista alla ricerca dello scontro con il potere politico per lasciare inalterato il modello economico. D’altro canto un sindacato che ha una formazione riformista e che vede nella capacità di sviluppare piattaforme contrattuali adeguate alla situazione reale non può che differenziarsi da posizioni estremistiche e cercare testardamente il confronto per ottenere condizioni lavorative migliori.
La situazione economica, conseguente anche ai mutamenti in corso a livello internazionale, richiede più attenzione ai processi di sviluppo economico, a politiche fiscali e di bilancio europee e a patti di sviluppo che mettano al centro la crescita della produttività.
Vediamo di fare passare in fretta il periodo di scontro cui ci costringe la posizione referendaria e che lo spirito costituente di Di Vittorio e Pastore torni a consigliare piattaforme sindacali unitarie.
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