Il dibattito sulla ripresa del lavoro dopo la pandemia è appena iniziato. I numeri dell’ultimo bollettino Istat riferiti al mese di settembre confermano che prosegue la crescita degli occupati. Una crescita lenta se misurata con le aspettative date dall’impennata del Pil, ma ciò che deve essere oggetto di valutazione sono la qualità e la quantità complessive.
La crescita è generalizzata ma riguarda solo il lavoro dipendente e con contratti prevalentemente a tempo determinato. L’aumento del tasso di occupazione prosegue (+1%) e diminuiscono i disoccupati pur rimanendo stabile il tasso di inattività. Continua però la crisi del lavoro indipendente che non ha ancora dato segnali di ripresa dopo i periodi di lockdown.
La discussione rischia di concentrarsi sulle forme contrattuali e qualche ricercatore cerca di accreditare anche al mercato del lavoro italiano quanto si sta rilevando negli Usa, dove si assiste all’uscita di significative quote di lavoratori dal lavoro dipendente soprattutto in settori di bassa qualificazione e con condizioni di lavoro pesanti.
La situazione italiana appare diversa. Le dimissioni appaiono più motivate da ricollocazioni di lavoratori specializzati verso settori con crescita maggiore. La stasi dell’autoimprenditorialità indica, anzi, che uno dei polmoni occupazionali tradizionali per il nostro Paese, le micro e piccole iniziative imprenditoriali, non hanno ancora trovato modo di rimettersi in moto collegandosi con le reti industriali in crescita.
Dalla valutazione dei dati a un anno emerge piuttosto il dato più preoccupante. Il nostro Paese ha bisogno di una forte crescita dell’occupazione per recuperare il basso tasso di occupati in generale e poi più in particolare per giovani e donne. Nel corso degli ultimi mesi solo poco meno di trecentomila persone hanno trovato occupazione. Per avere un impatto significativo sul tasso di occupazione complessivo dovremo creare quattro milioni di nuovi posti di lavoro e raggiungere così i livelli che caratterizzano gli altri Paesi europei nostri competitor.
Per ottenere questo risultato non bastano le misure previste dal Pnrr al capitolo lavoro. Certo è importante costruire la rete dei servizi per le politiche attive del lavoro e investire in formazione permanente e creare un sistema duale di formazione professionale. Se si vuole però innalzare il tasso di occupazione dobbiamo fare in modo che siano effettuati investimenti labour intensive e creare strumenti di supporto per i lavoratori oggi occupati in settori che subiranno grandi trasformazioni. Per fare un esempio facilmente comprensibile basta pensare alle imprese produttrici di marmitte. Con il passaggio alle auto elettriche il loro prodotto non avrà più mercato. Sostenere la trasformazione industriale delle imprese e la riqualificazione o la ricollocazione dei lavoratori va programmato fin da ora se non vogliamo che l’economia sostenibile diventi fonte di nuove diseguaglianze.
Politiche del lavoro e politiche industriali devono quindi intrecciarsi e determinare nei prossimi cinque anni transizioni tecnologiche e industriali con aumenti di produttività di sistema e con la capacità di creare una platea di occupazioni che sappiano dare lavori dignitosi a un numero di persone maggiore di quanti oggi svolgono lavori produttivi nel nostro Paese.
La questione del lavoro dignitoso, così come indicato negli obiettivi dell’Organizzazione internazionale del lavoro per il prossimo decennio, chiede interventi decisi a sostegno delle fasce più deboli. Il tema però va posto nelle tutele universali. Alcuni ritengono che sia possibile fissare con legge la forma dei rapporti di lavoro e vedono in un contratto a tempo indeterminato l’unica forma di tutela. Oggi abbiamo però un mercato dove la vita media di un’impresa è di 10 anni (dati valutati sulle imprese iscritte alla Camcom di Milano) ed è evidente che non sono posti di lavoro a vita. Ma anche sul lato dei lavoratori la mobilità fra diverse occupazioni è aumentata. Per professionalità medio alte (da operaio specializzato in su) almeno 5 posti di lavoro durante la vita lavorativa sono diventati la media. Il tema del posto fisso resta nella Pubblica amministrazione creando danni per la mancanza di ricambio e di professionalità nuove. Anche la precarietà è indotta da contratti a breve termine reiterati nella Pa e per professioni a bassa professionalità e senza tutele.
Fra le riforme di accompagnamento all’attuazione del Pnrr va previsto un intervento che fissi tutele, diritti e minimi salariali (sulla base della contrattazione) che preveda pluralità di forme contrattuali senza concedere scappatoie che siano lesive dell’eguaglianza di diritti e tutele per chi lavora.
Su questi temi il silenzio del ministero del Lavoro, ma anche la scarsa efficacia delle indicazioni sindacali, creano continui cortocircuiti che non fanno che accrescere posizioni populistiche.
È di questi giorni un avviso per l’offerta di 20 posti per laureati in legge da parte di una grande impresa pubblica. Si chiede ovviamente il titolo di laurea ma con punteggio compreso fra 105 e 110/110. Contratto di 12 mesi rinnovabile per altri 6. Sedi di lavoro nei principali capoluoghi di regione. Per il contratto si propone il tirocinio non curriculare alla bella cifra mensile di 500 euro lordi.
Se anche in questo periodo in cui si pretende di sostenere che circola poca voglia di lavorare l’esempio che viene da importanti imprese dello Stato è di questo tipo dove va a finire l’impegno per il lavoro giovanile, gli appelli a non andare all’estero e il moralismo accattone di chi parla di Neet come divanisti?
Si affronti con coraggio il tema del lavoro dignitoso. Favoriamo anche il part-time con tutele e diritti ma mettiamo fine a contratti che non sono di lavoro e offrono salari inferiori alla paghetta che passano i genitori.
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