Non vi pare che il colossale piano ReArm sia stato rapidamente scalzato dal simbolico podio delle notizie che contano? Giusto così, per carità. Perché occorre la malafede di chi basa la sua strategia su una cortina ansiogena di circonvenzione di elettori e contribuenti per credere realmente a una potenza di fuoco da 800 miliardi. L’ho scritto il giorno stesso dell’annuncio che eravamo di fronte al piano Trichet 2.0, nulla più che una chimera a leva destinata a tradursi unicamente in incentivi e sostegni diretti ai comparti interessati. Warfare all’amatriciana e poco più, insomma.
Più interessante, a mio avviso, è il fatto che da più parti si tenga il mirino puntato sul mega-piano (questo sì, reale) di indebitamento e deficit tedesco. Al riguardo, questo articolo vuole essere il vostro servizio sveglia.
Un appello ad aprire gli occhi. Su questo grafico e sulle conseguenze che rischia di innescare in un Vecchio continente che non ha la minima idea di cosa stia per scatenarsi. E di quale sia il reale status quo di conti ed esposizione.
Dalla seconda decade di marzo, i flussi di capitale verso i titoli azionari tedeschi hanno segnato i massimi controvalori settimanali da tre anni a questa parte. Ovvero, esattamente dalla Bonanza post-Covid resa possibile dagli interventi della Bce. Insomma, Berlino vive sempre più in un iperuranio parallelo di scollamento dalla realtà macro. Con Dax in orbita e indici Ifo e Zew nello strapiombo delle sanzioni, del Green Deal e del caro-energia.
La Germania – ne ho parlato a profusione – ha cercato per trimestri di occultare quella recessione in progress, ma, casualmente, proprio nelle ultime due settimane il dado è stato tratto. E l’ex locomotiva economica Ue ha visto il Governo di unità nazionale nascere a tempo di record e, soprattutto, il Bundestag dare luce verde al piano di spesa pubblica e indebitamento maggiore di sempre. Addio debt brake, addio fantasma di Weimar, addio deficit come babao di ogni teutonico. Ma soprattutto, addio a ogni principio di rappresentanza.
AfD non ha nemmeno fiatato di fronte alla sua estromissione ex ante persino dai colloqui esplorativi, nonostante i proclami in campagna elettorale e il secondo posto ottenuto nelle urne. I Verdi hanno tuonato contro l’indebitamento, salvo poi ritrovarsi senza colpo per ferire al ruolo che gli compete. Residuali e folkloristici. Nonostante per un biennio fossero stati dipinti come il futuro del Paese, addirittura ormai pronti a esprimere addirittura la candidatura alla Cancelleria.
La democrazia è sospesa, lassù. Ma nessuno pare assolutamente scosso. In compenso, quei flussi di capitale fanno la gioia della Grosse Koalition. E ci offrono una chiara indicazione di massima. Se ancora ce ne fosse stato bisogno, le equities ci hanno appena confermato di soffrire di una tale dipendenza da free money (statale o da Banca centrale, poco cambia) da palesarsi ovunque questa spunti come un fungo nel sottobosco bagnato.
Non esistono confini, né latitudini. Addirittura la patria di Weimar è pronta a tramutarsi in Klondike dell’azzardo e del leverage senza battere ciglio. L’immagine di carriole piene di certificati di conti titoli senza valore (o in bolla) non spaventa.
Attenzione, però. Perché la Germania nel suo substrato più profondo non è l’America. Forse non è ancora l’America. Ma, soprattutto, i tedeschi non sono ancora statunitensi. Certo, quando a capo del Paese c’è casualmente l’ex presidente del Consiglio di sorveglianza di BlackRock Deutschland, tutto può apparire più semplice. Ad esempio, riconvertire le auto di Volkswagen con i tank di Rheinmetall. Il cui primo azionista, sempre casualmente, è proprio BlackRock. E che, sempre sempre casualmente, sarà tra le principali beneficiarie della politica espansiva di riarmo contro lo spauracchio russo. Quella vera e non quella a leva alcolica di Bruxelles su modello Trichet.
Ma c’è sempre il rischio di farsi prendere la mano. Come mostra questo strappo. Non solo le equities paiono intenzionate a varcare l’Atlantico in direzione della Germania. Anche i manipolatori sistemici. Gli stessi che hanno testato il terreno a partire da metà 2023, quando nell’America in preda all’ottimismo da rally perenne da AI e da Bidenomics millantata arrivò l’onda lunga delle opzioni 0DTE, quelle che come le farfalle vivono solo un giorno. Ma hanno gonfiato (e in parte sostanziale ancora gonfiano) gli indici di Wall Street ormai da interi trimestri.
Basta onda lunga, ora. Basta vivere di riflesso dell’America. Come i pastori di D’Annunzio, è tempo di migrare. Nella terra del Kaiser e non in quella d’Abruzzo. Da lunedì, se nessuno di voi se ne fosse accorto e soprattutto ne fosse stato informato, la piazza dei derivati Eurex ha reso disponibili le opzioni 0DTE sullo Stoxx50.
Pronti per un bel ciclo rialzista tutto l’options’n’debt nella patria che diede i natali a Wolfgang Schaeuble, quasi fossimo al contrappasso? Pronti alla manipolazione strutturale dell’indice benchmark europeo e del Dax, chiaramente in ottica di sviluppo armonico con i cicli macro, ci mancherebbe? Non a caso, si scommette sul lungo termine. Quello di una sola giornata.
Ma la Germania non è l’America. Forse non lo è ancora. E Herr Bauer non è Mr. Smith. Forse non lo è ancora. La Storia lo insegna. E la Germania ne è laboratorio, essendo passata da Weimar al Terzo Reich, dalla Ddr alla Riunificazione. Via Baader-Meinhof, però. E il Pil tramite opzione militarista appare un pessimo dèjà vu. Davvero pessimo. Soprattutto se questo entusiasmo equity dovesse tramutarsi in cannibalizzazione di risparmi, una volta digerita la news.
A quel punto, un orologio rotto potrebbe vedere le proprie lancette rimesse indietro a forza. E l’Europa come la conosciamo oggi, semplicemente imploderebbe. O forse è proprio questo il playbook in atto e la strategia terminale per chiudere i conti con l’ultimo ostacolo al duopolio globale?
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