L’incipit di The Monkey pare uscito da uno dei finti trailer di Grindhouse, in cui la violenza e l’orrore servivano per generare la risata grottesca: le grafiche, i toni, persino il lanciafiamme fa pensare a Tarantino. Il nuovo film di Oz Perkins, dopo il successo di Longlegs, segue la strana via della commedia sanguinolenta, prendendo a prestito un racconto di Stephen King dal titolo “La scimmia” (pubblicato nel 1985 nella raccolta “Scheletri”).
La protagonista è una scimmietta, di quelle che suonano un tamburo se caricate a molla, solo che ogni volta che suona provoca la morte violenta di qualcuno: cercheranno di eliminarla due gemelli che si vedranno la vita rovinata da quel giocattolo, anche quando, venticinque anni dopo averla eliminata, se la rivedranno riapparire.
Perkinz scrive in solitaria il film The Monkey quasi su commissione, prodotto dal James Wan di Saw e altri successi dell’horror recente, che per la prima volta lo vede divertirsi a giocare con il proprio stile per portare il pubblico in quella strana zona in cui il disgusto e la risata combaciano, a metà strada tra Cose preziose, altro epigono kinghiano, e Final Destination, film dove non si sfugge da un mostro, ma dalla morte come concetto.
Se la prima parte di The Monkey lavora più scopertamente sull’humour nero, la seconda invece, interpretata da Theo James nel doppio ruolo dei gemelli divenuti adulti, è più kinghiana, centrata sui rimpianti e i rimorsi del passato, sul tempo che passa, sulla sfida impari per diventare la parte migliore di noi ed è, pur senza rinnegare l’ironia, la parte migliore del film, con tanto di finale “apocalittico” piuttosto riuscito.
The Monkey resta in ogni caso un giochino, anche piuttosto inconsistente di per sé, eppure ci pare più interessante come gesto filmico e appagante per un regista questo modo di usare il suono, il montaggio, l’inquadratura, per generare una reazione a suo modo complicata, che per realizzare i quadretti arty, più facili e banali, dei suoi film precedenti. L’osannato Longlegs per cominciare.
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