Trump. Trump antidemocratico. Trump l’impresentabile. Trump che le spara grosse. Trump il pazzo. La più leggera, Trump maleducato e Trump, ecco la novità, il tecnofascista.
Epiteti, offese, mai un’analisi, mai una lettura del presente che induca il disgraziato lettore a capirci qualcosa. Ormai quel che conta è il tifo, lo schierarsi in modo manicheo, senza vie di mezzo. Bianco o nero, il grigio non esiste. E ognuno ricerca e si ritaglia la verità che vuole, senza nessuna pressione per capire.
Così, quella che una volta era l’opinione pubblica che si formava in un pubblico dibattito aperto alle critica, espressione e funzione della borghesia che si è costruita prima nei salotti dell’illuminismo, poi nei caffè ottocenteschi e nella lettura dei giornali, per finire alle aule parlamentari e ai partiti di massa in un lungo percorso che va dalla fine del Settecento all’inizio del secolo ventesimo, quell’opinione pubblica ormai è un ricordo nemmeno più condiviso, patrimonio comune di una cultura civile, prima che politica.
Opinione pubblica dissolta in monadi autoreferenziali, piccoli mondi chiusi in cerca di conferme. Dissolte le classi, chiuse le fabbriche, finiti i partiti, scomparsi gli intellettuali più o meno organici – quella lunga tradizione italiana che parte da Dante fino ai Gramsci, Gentile, Croce – scomparse le masse, nella società odierna si muovono sciami di individui. Nuova definizione sociologica che descrive bene la mutevolezza, l’inconsistenza, la provvisorietà di status e di opinioni. Edizione moderna della plebe, ma a livello planetario, senza punti di aggregazione, di acculturazione, di formazione e che ormai arriva a comprendere anche il ceto medio, anche quello “riflessivo”. Dunque trasformazione che ha eroso la classe sociale che costituiva l’architrave portante di tutto l’edificio delle moderne società capitalistiche occidentali.
Il risultato è davanti agli occhi dei pochi osservatori più attenti. La fine, cioè, della riflessione sulla realtà, fenomeno che va ad unirsi e assommarsi all’altro, alla fine della realtà come costruzione sociale unica, dato condiviso che apparteneva a tutti e su cui ogni cittadino doveva confrontarsi. Dissoluzione avvenuta a causa del diffondersi dei nuovi media, cioè a causa di una moltiplicazione esponenziale di contenuti virtuali che si confondono con la realtà fattuale, fino a dissolverla. Gli effetti di questo nuovo analfabetismo civile, che poi si somma all’analfabetismo a quello di ritorno, produce un vero e proprio disastro nelle società e specialmente in quelle democratiche, quelle con grandi numeri, con forti differenze sociali e dove la coesione era già un problema.
Anche perché questo cambiamento antropologico si accompagna a fenomeni potenti di disarticolazione delle società e di difficile, se non impossibile, gestione a livello nazionale sia per dimensione che per velocità. Basti pensare ai nuovi confini e ai problemi aperti dall’intelligenza artificiale.
E Trump che c’entra con tutto questo?
Trump – l’impresentabile, l’istrione, il golpista, il tecnofascista – è la risposta di pancia, popolare ma allo stesso tempo razionale, dell’élite, cioè il Partito repubblicano che l’ha sostenuto (non lo si dimentichi) a uno stravolgimento mondiale. Perché un politico contemporaneo deve possedere tre qualità. La prima, ovvia, offrire una lettura di quello che sta accadendo nel mondo, e nel caso degli Stati Uniti deve essere una lettura imperiale; deve essere espressione di un sistema di potere e di un’élite che già sta gestendo lo stato di cose, ma per far questo è necessario che conquisti voti, cioè che sappia farsi capire dai suoi elettori, che conquisti i loro cuori, che interpreti le ansie, le paure, i desideri di cittadini sempre più smarriti nel moderno caos, e la sua voce deve farsi sentire nella nuova versione della Torre di Babele, andando al di là del rumore di fondo ormai spaventoso.
E Trump è stato eletto dal popolo americano e da una parte dell’establishment con il compito di fronteggiare le sfide che arrivano da ogni dove. Cambiamenti epocali nel sistema-mondo che avvengono per lo meno in tre dimensioni. Sovranazionale nella sfera tecnologica ed economica – la dimensione della riproduzione fisica del sistema-mondo –; a livello del sistema di organizzazione istituzionale delle relazioni internazionali – cioè del governo dell’ordine mondiale –, e nella sfera dei singoli sistemi nazionali e nelle loro società. Minacce e opportunità prevedibili e imprevedibili, ma tutte che si affacciano ad una velocità mai vista prima d’oggi, ad un ritmo impressionante e di natura assolutamente diversa. Dall’11 settembre alla crisi economica del 2008, al Coronavirus, all’invasione dell’Ucraina, agli attacchi da parte di Hamas del 7 ottobre, alla fine del regime di Assad.
È in questa cornice che sta avvenendo una lotta tra potenze per la distribuzione del potere mondiale. Ecco che potenze mondiali, regionali o semplicemente singoli Stati, cercano di scalzare gli Stati Uniti dal loro primato o di ridisegnare l’ordine mondiale a proprio vantaggio.
E a questo punto arriva la seconda caratteristica di Trump. Trump, e la sua alleanza di potere, ritiene che anche gli Stati Uniti siano una potenza che deve cambiare l’ordine mondiale. Quell’ordine nato dalla Seconda guerra mondiale e che ha vinto la Guerra fredda, ma che ormai non esiste più, compresa la posizione di forza imperiale indiscussa di Washington. In poche parole, Trump è presidente revisionista. Come Xi Jinping, come Putin.
(1 – continua)
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